da oggi inizia un piccola rubrica nella rubrica:
l'angolo della follia. Questa rubrica riporterà tutte quelle dichiarazione di personaggi "famosi/importanti", in ambito monetario, che richiedono 5 o 6 letture ripetitive data l'istintiva incredulità suscitata dalle parole assurde dell'articolo in questione.. buon divertimento
da repubblica
EURO: TREMONTI, NON POSSO PARLARE MA FIDUCIA IN BCE
(AGI) - Bruxelles, 24 gen. - L'Eurogruppo ha parlato di tassi di interessi ma "non posso parlarne" perche' su questo argomento "ci pensa la Bce". Lo ha affermato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, a conclusione della riunione Ecofin in cui ha ribadito che i ministri dei Dodici "continuano ad avere motla fiducia". "Nella discussione di ieri - ha comunque detto - non sono emersi toni specifici o discussioni particolari. Pero' l'impegno e'stato a non parlare, comunque e io sono abbastanza leale: se si puo' parlare si parla, se non si puo' parlare non si parla".
24/01/2006 - 14:37
mercoledì, gennaio 25, 2006
domenica, gennaio 22, 2006
"La Padania" denuncia ufficialmente il signoraggio
da La Padania Online
Lo strapotere delle banche centrali sui destini dei popoli
Il fantasma del disavanzo pubblico
Si pensa comunemente che le Banche di Emissione siano istituzioni pubbliche che hanno a cuore gli interessi dei cittadini e che non siano quindi a scopo di lucro. In realtà non si tratta affatto di enti statali ma di società private che generano utili colossali col “prestarci” il nostro denaro, contro la consegna di titoli fruttiferi. Sembra un’assurdità, ma è così che si genera il disavanzo dello Stato, quel famigerato debito pubblico che penalizza tutte le azioni di governo e grava sulle spalle dei cittadini.
Ecco come funziona. La banca - oggi la Banca Centrale Europea, una volta la Banca d’Italia - stampa le banconote e iscrive al passivo nel proprio bilancio il loro ammontare, come se fosse una somma di proprietà della Banca e conferita da questa allo Stato. Allo stesso tempo, dal Ministero del Tesoro la Banca incamera titoli di Stato e iscrive il loro ammontare all’attivo del proprio bilancio.
A questo punto tali titoli vengono “piazzati” (leggi: “venduti“) presso le banche e gli istituti di credito che, a loro volta, li vendono ai loro clienti. Con questa operazione, la Banca centrale incassa subito sul mercato le somme che ha “prestato”allo Stato, il quale poi questi stessi titoli li rimborserà alla scadenza.
Dal canto suo lo Stato (contestualmente alla Banca centrale e per la medesima partita) iscrive al passivo nel proprio bilancio le somme che la Banca gli ha “prestato“, quelle banconote che in realtà appartengono ai cittadini e quindi dovrebbero essere iscritte all’attivo del bilancio dello Stato.
Così si attua la mostruosità contabile dell’iscrizione contestuale al passivo, da parte di due contraenti, delle somme relative alla medesima transazione.
E’ con queste operazioni che si produce il debito pubblico, che per effetto dell’erronea iscrizione in bilancio diventa quindi pari al doppio delle somme transate.
Ma come si è potuti arrivare ad accettare e istituzionalizzare una situazione di questo genere?
La storia comincia con l’abbandono del gold standard, quando nessuna moneta ebbe più copertura aurea. Fu in seguito agli accordi di Bretton Woods e dopo la dichiarazione del 15 Agosto 1971 del presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon, che a Camp David dichiarò che il dollaro, che sino ad allora era stata l’unica valuta convertibile, non sarebbe più stato cambiato col metallo prezioso.
Ma era già dal tempo della fondazione della Banca d’Inghilterra che le banche centrali, le quali battevano moneta per conto degli Stati, avevano cominciato a introdurre progressivamente sui mercati le monete cartacee (il cosiddetto oro - carta) che di fatto non erano più, come si voleva continuare a far credere, “fedi di deposito“, poichè nei forzieri non esisteva più una quantità di oro corrispondente al denaro circolante.
Si era così prodotto il fenomeno che consentiva agli enti di emissione di consegnare agli Stati la carta moneta, come se invece di essere i cassieri degli Stati essi fossero i proprietari della moneta. Fu così che le banche cominciarono a “prestare” non l’oro o un titolo che rappresentava l’oro, ma della carta stampata, conferita a titolo di “prestito”su cui vanno pagati gli interessi.
La moneta cartacea è moneta fiduciaria, il cui valore cioè non deriva da chi la stampa (la Banca Centrale) ma dalla collettività dei cittadini che l’accetta come mezzo di pagamento, poichè prevede di usarla a sua volta come mezzo di pagamento.
È chiaro che così la Banca centrale lucra indebitamente sia l’interesse sia il valore intercorrente fra il valore facciale (o nominale) delle banconote in circolazione ed il costo tipografico che ha sostenuto per produrle.
Si tratta con ogni evidenza di una struttura iniqua e una prassi che penalizza e affama l’intera società. Ogni emissione produce di per sè un indebitamento e di conseguenza genera la paradossale situazione di deflazione del mezzo di scambio. E’ per questo che i vari esecutivi non riescono mai ad escogitare nessuno stratagemma valido per uscire dalla situazione debitoria endemica.
Il “mercato”dimostra con evidenza le conseguenze: Il pesante affaticamento di tutte le attività produttive e la costante rincorsa della spirale salari-prezzi (scarsi e non remunerativi), che contrappone drammaticamente e spesso con esiti tragici le componenti della compagine sociale (conflittualità sociale indotta).
Viviamo così in una situazione di costante stagflazione, dove la perdita di potere d’acquisto è contestuale alla scarsità monetaria, poichè la moneta emessa è sempre più insufficiente per essere resa alla banca centrale aumentata degli interessi che la banca stessa pretende.
Invano si studiano mezzi per favorire le famiglie e aiutare i giovani. Le stesse forme di pagamento dilatorio concesse per l’acquisizione di beni primari come la casa sono fonte di angoscia per via delle scadenze ineludibili. Si scoraggiano così le attività produttive e si impinguano soltanto gli istituiti di credito.
Questa appropriazione indebita, autorizzata dalle leggi dello Stato con un’operazione che si può, a pieno titolo, definire masochistica, incide su tutte le classi sociali e massimamente sulle più deboli ed indifese, producendo fenomeni esecrabili e tragici di usura e di indigenza ai limiti della sopravvivenza. Lo vediamo ogni giorno di più dalla cronaca che pure mostra solo la punta dell’ iceberg. E’ soprattutto questa situazione disperante che induce al suicidio e alimenta la malavita organizzata e non. (Si sa, la fame è cattiva consigliera)
È straordinario che di questa usura macroscopica nessuno parli. Anche quando si riesce ad intavolare l’argomento con persone che, per titoli accademici o per professione, dovrebbero conoscerlo a fondo, si scopre invariabilmente una incredibile ignoranza oppure una ostilità che non oppone ragioni obiettive nè fatti significativi, oppure infine una reticenza e sufficienza sospette e una neppure troppo mascherata intenzione di depistare o troncare l’argomento. Mai ci è capitato che ad argomenti logici stringenti, si rispondesse con obiezioni costruite logicamente o con fatti assodati e validi a controbattere.
Tuttavia a tutto ciò il rimedio esiste ed è un rimedio che risponde a giustizia e a carità. Si tratta di ristabilire il diritto delle collettività attraverso lo Stato, che può (et ergo, debet) raddrizzare la situazione legiferando in modo da riappropriarsi, in nome e per conto della collettività, della sovranità perduta.
Sussistono, per altro, dei precedenti parziali a questo affrancamento. Lo Stato italiano ad esempio alcuni decenni or sono stampava in proprio, attraverso i Poligrafici dello Stato, la carta moneta nella pezzatura da 500 lire. Esse non recavano l’iscrizione “pagabili a vista al portatore“, e infatti non incrementavano il debito pubblico, ma erano iscritte all’attivo nel bilancio dello Stato. Erano biglietti di Stato.
Anche attualmente le monete da 1 euro e da 2 euro, essendo metalliche e non cartacee, non sono sottoposte al signoraggio della Bce, ma costituiscono un attivo per il bilancio dei vari Stati membri della Comunità Europea soggette all’euro.
Inoltre si sono già avute nel mondo alcune micro economie che, stampando da sè la propria moneta, hanno risolto radicalmente i loro problemi economici. Tale è, per esempio, il caso dell’Isola di Guernsey, la maggiore delle Isole Normanne. Dopo le guerre napoleoniche l’Isola versava in condizioni disperate. Oggi invece è la plaga più prospera del Regno Unito, ad onta delle panie frapposte dalla Banca d’Inghilterra, timorosa che il precedente possa far scuola e sottrarle così quanto lucra dall’attuale situazione di signoraggio.
E’ evidente che, data la mole enorme degli interessi in gioco, occorre una preparazione culturale che informi le collettività affinchè prenda coscienza del giogo che grava sulle spalle di tutti.
[Data pubblicazione: 21/01/2006]
Lo strapotere delle banche centrali sui destini dei popoli
Il fantasma del disavanzo pubblico
Si pensa comunemente che le Banche di Emissione siano istituzioni pubbliche che hanno a cuore gli interessi dei cittadini e che non siano quindi a scopo di lucro. In realtà non si tratta affatto di enti statali ma di società private che generano utili colossali col “prestarci” il nostro denaro, contro la consegna di titoli fruttiferi. Sembra un’assurdità, ma è così che si genera il disavanzo dello Stato, quel famigerato debito pubblico che penalizza tutte le azioni di governo e grava sulle spalle dei cittadini.
Ecco come funziona. La banca - oggi la Banca Centrale Europea, una volta la Banca d’Italia - stampa le banconote e iscrive al passivo nel proprio bilancio il loro ammontare, come se fosse una somma di proprietà della Banca e conferita da questa allo Stato. Allo stesso tempo, dal Ministero del Tesoro la Banca incamera titoli di Stato e iscrive il loro ammontare all’attivo del proprio bilancio.
A questo punto tali titoli vengono “piazzati” (leggi: “venduti“) presso le banche e gli istituti di credito che, a loro volta, li vendono ai loro clienti. Con questa operazione, la Banca centrale incassa subito sul mercato le somme che ha “prestato”allo Stato, il quale poi questi stessi titoli li rimborserà alla scadenza.
Dal canto suo lo Stato (contestualmente alla Banca centrale e per la medesima partita) iscrive al passivo nel proprio bilancio le somme che la Banca gli ha “prestato“, quelle banconote che in realtà appartengono ai cittadini e quindi dovrebbero essere iscritte all’attivo del bilancio dello Stato.
Così si attua la mostruosità contabile dell’iscrizione contestuale al passivo, da parte di due contraenti, delle somme relative alla medesima transazione.
E’ con queste operazioni che si produce il debito pubblico, che per effetto dell’erronea iscrizione in bilancio diventa quindi pari al doppio delle somme transate.
Ma come si è potuti arrivare ad accettare e istituzionalizzare una situazione di questo genere?
La storia comincia con l’abbandono del gold standard, quando nessuna moneta ebbe più copertura aurea. Fu in seguito agli accordi di Bretton Woods e dopo la dichiarazione del 15 Agosto 1971 del presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon, che a Camp David dichiarò che il dollaro, che sino ad allora era stata l’unica valuta convertibile, non sarebbe più stato cambiato col metallo prezioso.
Ma era già dal tempo della fondazione della Banca d’Inghilterra che le banche centrali, le quali battevano moneta per conto degli Stati, avevano cominciato a introdurre progressivamente sui mercati le monete cartacee (il cosiddetto oro - carta) che di fatto non erano più, come si voleva continuare a far credere, “fedi di deposito“, poichè nei forzieri non esisteva più una quantità di oro corrispondente al denaro circolante.
Si era così prodotto il fenomeno che consentiva agli enti di emissione di consegnare agli Stati la carta moneta, come se invece di essere i cassieri degli Stati essi fossero i proprietari della moneta. Fu così che le banche cominciarono a “prestare” non l’oro o un titolo che rappresentava l’oro, ma della carta stampata, conferita a titolo di “prestito”su cui vanno pagati gli interessi.
La moneta cartacea è moneta fiduciaria, il cui valore cioè non deriva da chi la stampa (la Banca Centrale) ma dalla collettività dei cittadini che l’accetta come mezzo di pagamento, poichè prevede di usarla a sua volta come mezzo di pagamento.
È chiaro che così la Banca centrale lucra indebitamente sia l’interesse sia il valore intercorrente fra il valore facciale (o nominale) delle banconote in circolazione ed il costo tipografico che ha sostenuto per produrle.
Si tratta con ogni evidenza di una struttura iniqua e una prassi che penalizza e affama l’intera società. Ogni emissione produce di per sè un indebitamento e di conseguenza genera la paradossale situazione di deflazione del mezzo di scambio. E’ per questo che i vari esecutivi non riescono mai ad escogitare nessuno stratagemma valido per uscire dalla situazione debitoria endemica.
Il “mercato”dimostra con evidenza le conseguenze: Il pesante affaticamento di tutte le attività produttive e la costante rincorsa della spirale salari-prezzi (scarsi e non remunerativi), che contrappone drammaticamente e spesso con esiti tragici le componenti della compagine sociale (conflittualità sociale indotta).
Viviamo così in una situazione di costante stagflazione, dove la perdita di potere d’acquisto è contestuale alla scarsità monetaria, poichè la moneta emessa è sempre più insufficiente per essere resa alla banca centrale aumentata degli interessi che la banca stessa pretende.
Invano si studiano mezzi per favorire le famiglie e aiutare i giovani. Le stesse forme di pagamento dilatorio concesse per l’acquisizione di beni primari come la casa sono fonte di angoscia per via delle scadenze ineludibili. Si scoraggiano così le attività produttive e si impinguano soltanto gli istituiti di credito.
Questa appropriazione indebita, autorizzata dalle leggi dello Stato con un’operazione che si può, a pieno titolo, definire masochistica, incide su tutte le classi sociali e massimamente sulle più deboli ed indifese, producendo fenomeni esecrabili e tragici di usura e di indigenza ai limiti della sopravvivenza. Lo vediamo ogni giorno di più dalla cronaca che pure mostra solo la punta dell’ iceberg. E’ soprattutto questa situazione disperante che induce al suicidio e alimenta la malavita organizzata e non. (Si sa, la fame è cattiva consigliera)
È straordinario che di questa usura macroscopica nessuno parli. Anche quando si riesce ad intavolare l’argomento con persone che, per titoli accademici o per professione, dovrebbero conoscerlo a fondo, si scopre invariabilmente una incredibile ignoranza oppure una ostilità che non oppone ragioni obiettive nè fatti significativi, oppure infine una reticenza e sufficienza sospette e una neppure troppo mascherata intenzione di depistare o troncare l’argomento. Mai ci è capitato che ad argomenti logici stringenti, si rispondesse con obiezioni costruite logicamente o con fatti assodati e validi a controbattere.
Tuttavia a tutto ciò il rimedio esiste ed è un rimedio che risponde a giustizia e a carità. Si tratta di ristabilire il diritto delle collettività attraverso lo Stato, che può (et ergo, debet) raddrizzare la situazione legiferando in modo da riappropriarsi, in nome e per conto della collettività, della sovranità perduta.
Sussistono, per altro, dei precedenti parziali a questo affrancamento. Lo Stato italiano ad esempio alcuni decenni or sono stampava in proprio, attraverso i Poligrafici dello Stato, la carta moneta nella pezzatura da 500 lire. Esse non recavano l’iscrizione “pagabili a vista al portatore“, e infatti non incrementavano il debito pubblico, ma erano iscritte all’attivo nel bilancio dello Stato. Erano biglietti di Stato.
Anche attualmente le monete da 1 euro e da 2 euro, essendo metalliche e non cartacee, non sono sottoposte al signoraggio della Bce, ma costituiscono un attivo per il bilancio dei vari Stati membri della Comunità Europea soggette all’euro.
Inoltre si sono già avute nel mondo alcune micro economie che, stampando da sè la propria moneta, hanno risolto radicalmente i loro problemi economici. Tale è, per esempio, il caso dell’Isola di Guernsey, la maggiore delle Isole Normanne. Dopo le guerre napoleoniche l’Isola versava in condizioni disperate. Oggi invece è la plaga più prospera del Regno Unito, ad onta delle panie frapposte dalla Banca d’Inghilterra, timorosa che il precedente possa far scuola e sottrarle così quanto lucra dall’attuale situazione di signoraggio.
E’ evidente che, data la mole enorme degli interessi in gioco, occorre una preparazione culturale che informi le collettività affinchè prenda coscienza del giogo che grava sulle spalle di tutti.
[Data pubblicazione: 21/01/2006]
venerdì, gennaio 20, 2006
I padroni di Bankitalia svendono la FIAT agli americani.
da repubblica.it
Le due banche hanno collocato quanto ottenuto in seguito
al finanziamento convertendo del 2002. Capitalia: "Noi non venderemo"
Mps e SanPaolo Imi cedono quota Fiat
titolo in picchiata in Borsa, fino a -6%
In chiusura erano passati di mano oltre 60 milioni di pezzi, pari al 5,5% del capitale
Marchionne: "Non siamo preoccupati per l'uscita delle banche dall'azionariato"
ROMA - Giornata convulsa per la Fiat, in picchiata in Borsa in seguito alla vendita della quota del gruppo automobilistico attuata dal Monte dei Paschi di Siena e da SanPaolo Imi. Al momento della chiusura di Piazza Affari erano passati di mano oltre 60 milioni di titoli Fiat, pari al 5,5% del capitale, e le azioni del Lingotto cedevano il 5,81% a 7,82 euro. Deboli anche i titoli bancari, anche se con perdite molto più contenute (in particolare Mps -0,44% e SanPaolo Imi -0,62%).
Le quote cedute dalle due banche provenivano dalla partecipazione al finanziamento convertendo del 26 luglio 2002. Alla scadenza del finanziamento, nel settembre dell'anno scorso, il consiglio d'amministrazione della Fiat aveva deliberato l'aumento di capitale per 3 miliardi di euro destinati al servizio del convertendo, e pertanto le banche avevano ottenuto titoli dell'azienda in restituzione del finanziamento concesso.
Ieri il Montepaschi ha venduto alle banche d'affari J.P. Morgan Securities e Goldman Sachs International l'intera partecipazione in Fiat, rappresentata da 29,081 milioni di azioni ordinarie, corrispondente al 2,66% del capitale ordinario del Lingotto. Il prezzo unitario è stato di 8,245 euro per un totale di 239,7 milioni di euro.
Analoga decisione è stata comunicata oggi dal gruppo SanPaolo Imi, che ha dato incarico a Banca Imi e Merrill Lynch di collocare sul mercato la quota Fiat derivante dal prestito convertendo, pari a 38,7 milioni di azioni, cioè il 3,55% del capitale ordinario.
L'amministratore delegato del Gruppo Fiat Sergio Marchionne ha espresso disappunto solo per questa seconda vendita, per le modalità con le quali è stata effettuata: "Non siamo preoccupati dall'uscita delle banche dall'azionariato Fiat a seguito del 'convertendo' e avevamo affermato pubblicamente di essere disponibili a collaborare con loro per il collocamento dei titoli sul mercato - ha comunicato Marchionne con una nota - Gli istituti di credito avevano dichiarato che, al momento del disimpegno avrebbero fatto in modo di non creare turbativa nei mercati. Quando vengono effettuate operazioni di questo tipo, è prassi che chi cede le azioni informi preventivamente la società oggetto della vendita. Noi siamo stati avvertiti soltanto da Monte dei Paschi di Siena, che peraltro aveva sempre espresso la volontà di cedere le azioni in suo possesso".
Se nella prima parte della mattinata i titoli Fiat in Borsa avevano registrato perdite contenute, intorno all'1%, l'annuncio di SanPaolo Imi ha scatenato il mercato: a quel punto gli scambi sono stati sempre più intensi, e il titolo ha perso terreno rapidamente, fino ad arrivare al -6% della chiusura.
Non è servita a dare ossigeno al titolo neanche la dichiarazione di Capitalia: il gruppo bancario romano, che detiene un'altra quota Fiat in seguito al convertendo, ha fatto sapere che non intende cedere la propria partecipazione. Mentre l'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo si è trincerato dietro un 'no comment'.
Nessun giovamento hanno tratto i titoli del Lingotto neanche dalla comunicazione dell'agenzia internazionale Ficht, che ha annunciato di aver rialzato l'outlook di Fiat Spa da 'negativo' a 'stabile', pur confermando i rating a breve 'B' e quello senior non garantito 'BB'. "Crediamo - ha osservato Emmanuel Bulle, direttore del settore aziende europee dell'agenzia americana - che il punto più basso sia stato raggiunto e che, sia da una prospettiva finanziaria che industriale, il gruppo torinese abbia iniziato un rimbalzo e stia risalendo".
Dalla vendita della quota in Fiat Mps ha realizzato una ripresa di valore di quasi 20 milioni di euro mentre per Sanpaolo Imi il disimpegno dal Lingotto, se il collocamento in corso verrà completato secondo le attese del mercato a un valore intorno agli 8 euro, genererà una plusvalenza nell'ordine degli 80 milioni. Le due operazioni si concludono tuttavia in perdita per le banche, dal momento che il prezzo per la conversione del finanziamento alla Fiat era fissato in 10,28 euro, molto lontano dalle attuali quotazioni.
(20 gennaio 2006)
Ricordiamo che le banche italiane coinvolte nella vicenda sono le socie di maggioranza di Bankitalia S.p.A.
mercoledì, gennaio 04, 2006
Argentini con i contro cojones!
da L'Arena
Mercoledì 4 Gennaio 2006
L’economia dello Stato sudamericano continua ad attrarre investimenti stranieri
L’Argentina cancella il debito
Dopo 50 anni Buenos Aires ha sanato i conti con il Fmi
Buenos Aires. L’Argentina ha voltato pagina. Ieri, dopo mezzo secolo, ha rimborsato fino all’ultimo centesimo di dollaro il Fondo monetario internazionale. In un sol colpo, con una complessa operazione finanziaria scattata giovedì scorso, ha pagato all’organismo circa 9,5 miliardi di dollari. La somma è stata prelevata dalle riserve internazionali della Banca Centrale che hanno superato i 28 miliardi di dollari - il Tesoro l’ha compensata con bond non trasferibili a 10 anni, che rendono gli stessi interessi - e che, secondo quanto ha assicurato il suo presidente Martin Redrado, sarà possibile recuperare già nel corso del 2006.
Le avvisaglie non mancano. Il ministro dell’economia Felisa Miceli ha annunciato l’altro ieri che, nel 2005, il gettito fiscale è aumentato del 21%. In pratica, e come era già successo nel 2004, l’Argentina chiude l’anno con un attivo primario al di sopra del 4% del Pil. A tutto ciò si aggiunge il fatto che il trend dell’aumento del tasso di sviluppo a ritmi cinesi continua. Dopo un accumulato di quasi il 30% negli ultimi tre anni - record storico - i pronostici indicano che, anche quest’anno, il Pil si incrementerà almeno del 7,5%.
Però, come non potrebbe essere altrimenti, visto tale trend, su tanto scenario favorevole si staglia la spada di Damocle dell’inflazione. Il costo della vita nel 2005 supererà infatti il 12%, quasi il doppio del 2004. Le variabili macroeconomiche dall’attivo fiscale a quello della bilancia commerciale (11,7 miliardi di dollari) e, ovviamente, la crescita del Pil, dovrebbero però evitare grossi pericoli.
Con l’aggiunta che questo contesto potrebbe continuare ad attrarre investimenti che, dal 11,8% del Pil del 2002 sono passati al 20,5% attuale: secondo gli specialisti, con altri tre punti in più, il presidente Nestor Kircher, toltosi di mezzo il Fmi, può guardare con ottimismo al futuro, cavalcando le sue ricette, più o meno «keynesiane», contrarie a quelle liberiste dell’organismo.
info collegati:
• Il Presidente argentino Kirchner licenzia il vice-governatore della Banca Centrale Argentina
• FMI? NO GRAZIE! Mitico NO dell'Argentina
martedì, gennaio 03, 2006
Ci vogliono biglietti di Stato per sostenere l’Euro
da Il Giornale n. 24 del 27-06-2005 pagina 38
Ci vogliono biglietti di Stato per sostenere l’Euro - di Redazione -
Con la Costituzione europea, e con il trattato di Maastricht, la proprietà delle banconote e il relativo signoraggio sono della Bce, mentre quella delle monetine metalliche è degli Stati.
Con le Costituzioni nazionali la proprietà delle banconote e delle monetine dovrebbe essere interamente degli Stati.
Così non è. Ma questo non è il motivo del mio breve intervento, anche se è preliminare.
Il punto che vorrei sottolineare è il seguente: emissione di biglietti di Stato in contemporanea alle banconote della banca centrale di emissione.
Esistono almeno due precedenti storici: 1) in Italia negli anni '30 del XX secolo, con alle spalle la grave depressione economica del '29, lo Stato tenne in piedi l'economia nazionale mediante l'emissione di numerosi biglietti di Stato, con i quali finanziò, senza indebitarsi, numerosissime opere pubbliche e altro; 2) negli Usa nel 1963 il Presidente Jfk, con l'esecutive order 11110, emise circa 4,3 miliardi di dollari come biglietti di Stato e non come banconote della Fed.
I biglietti di Stato hanno il pregio di non indebitare lo Stato e, se emessi in sintonia con la produzione di beni del Paese, anche quello di non provocare inflazione (è molto più rischiosa a questo proposito la riserva frazionaria della tecnica bancaria in vigore).
Ovviamente i biglietti di Stato sono conformi alle Costituzioni nazionali ma non alla Costituzione europea e al trattato di Maastricht. Ma vista la gravissima crisi economica e politica in atto, i responsabili politici europei potrebbero agevolmente superare l'impedimento modificandoli adeguatamente.
I biglietti di Stato potrebbero essere euro, o anche le vecchie monete nazionali, intese come local money.
come questi?
Ci vogliono biglietti di Stato per sostenere l’Euro - di Redazione -
Con la Costituzione europea, e con il trattato di Maastricht, la proprietà delle banconote e il relativo signoraggio sono della Bce, mentre quella delle monetine metalliche è degli Stati.
Con le Costituzioni nazionali la proprietà delle banconote e delle monetine dovrebbe essere interamente degli Stati.
Così non è. Ma questo non è il motivo del mio breve intervento, anche se è preliminare.
Il punto che vorrei sottolineare è il seguente: emissione di biglietti di Stato in contemporanea alle banconote della banca centrale di emissione.
Esistono almeno due precedenti storici: 1) in Italia negli anni '30 del XX secolo, con alle spalle la grave depressione economica del '29, lo Stato tenne in piedi l'economia nazionale mediante l'emissione di numerosi biglietti di Stato, con i quali finanziò, senza indebitarsi, numerosissime opere pubbliche e altro; 2) negli Usa nel 1963 il Presidente Jfk, con l'esecutive order 11110, emise circa 4,3 miliardi di dollari come biglietti di Stato e non come banconote della Fed.
I biglietti di Stato hanno il pregio di non indebitare lo Stato e, se emessi in sintonia con la produzione di beni del Paese, anche quello di non provocare inflazione (è molto più rischiosa a questo proposito la riserva frazionaria della tecnica bancaria in vigore).
Ovviamente i biglietti di Stato sono conformi alle Costituzioni nazionali ma non alla Costituzione europea e al trattato di Maastricht. Ma vista la gravissima crisi economica e politica in atto, i responsabili politici europei potrebbero agevolmente superare l'impedimento modificandoli adeguatamente.
I biglietti di Stato potrebbero essere euro, o anche le vecchie monete nazionali, intese come local money.
come questi?
martedì, dicembre 27, 2005
martedì, dicembre 20, 2005
Fazio a casa ma la scrivania è salva (e Beppe Grillo sogna che è merito suo!)
da Wall Street
BANKITALIA:ADUSBEF,PAGA E EVITA PIGNORAMENTO PER SIGNORAGGIO
19 Dicembre 2005 11:11 ROMA (ANSA)
(ANSA) - ROMA, 19 dic - La Banca d'Italia "ha evitato in extremis, il pignoramento della scrivania del Governatore della Banca d'Italia Fazio, che doveva essere eseguito domattina alle ore 10,00 da un ufficiale giudiziario, per effetto della sentenza emessa dal Giudice di Pace di Lecce il 15 settembre 2005, che aveva condannato Via Nazionale, diramazione della Bce, a rimborsare un socio Adusbef, per l'illecito diritto di signoraggio, quantificato da una perizia tecnica in 5 miliardi di euro, ossia 87 euro per ogni cittadino italiano residente". Lo rende noto l'Adusbef, precisando che Palazzo Koch "ha infatti inviato un vaglia cambiario 276,68 euro (87 euro più le spese), corrispondente all' importo precettato, a favore di Giovanni De Gaetanis, il socio Adusbef che assistito dall'avvocato Antonio Tanza aveva proposto e vinto il ricorso pilota davanti al Tribunale di Lecce, che aveva ha dichiarato,seppur in prima istanza, nullo un diritto feudale di signoreggio (come la carica del Governatore) quantificato in 5 miliardi di euro". La sentenza del tribunale di Lecce è "il primo colpo giudiziario in assoluto al diritto di signoraggio. Il signoraggio è un antico istituto derivante dal sovrano che battendo moneta, ne garantiva il valore nel tempo ed in cambio di quella specifica garanzia feudale (come la carica a vita del Governatore della Banca d'Italia), tratteneva una parte di quell'oro. Oggi - aggiunge l'Adusbef - che neppure le riserve auree garantiscono più la moneta, al punto che è sparita la scritta pagabili al portatore, è rimasto quel diritto feudale di signoraggio i cui proventi vengono incamerati dalla Banca d'Italia, che non appartiene più allo Stato ma a banche private ed altri soggetti che incassano parte di tale introiti". "I cittadini quindi hanno continuato a pagare quella che è diventata una sorta di tassa agli istituti di credito, in violazione dello stesso statuto della Banca d'Italia che all'articolo 3, comma 3 parla chiaro: la banca appartiene allo Stato. Quindi, è stata la conclusione del giudice la sottrazione del reddito da signoraggio in danno alla collettività è di 87 per singolo cittadino residente alla data del 31 dicembre 2003, per un controvalore di 5.023.632.491 euro, che deve essere restituito. Un altro duro colpo ad un Governatore - conclude l'Adusbef - che si continua a comportare come un sovrano, un monarca assoluto, arroccato a difendere con le unghie e con i denti assurdi privilegi, che cadranno tutti sotto i maglio della magistratura, sia civile che penale. Sul sito dell'Adusbef fac-simile ed atto di citazione che ogni cittadino può e deve fare, contro la Banca d'Italia, per la restituzione del maltolto".(ANSA).
The IGB©'s Men: Tutti gli uomini de Il Grasso Bankiere©
Chiedo: in Italia c'è qualcuno NON foraggiato da Banche PRIVATE AMERICANE?
1. Mario Monti - Goldman Sachs
2. Galeazzo Pecori Giraldi - Morgan Stanley
3. Tommaso Padoa-Schioppa
4. Vittorio Grilli
5. Vincenzo Desario
6. Mario Draghi - vicepresidente Goldman Sachs
da effedieffe.com
Mario Monti il puro passa (strapagato) alla Goldman Sachs
Maurizio Blondet
15/12/2005
Mario Monti, ex-commisario europero alla concorrenza, nuovo acquisto della banca d'affari Goldman Sachs
Giorni fa, Gerard Schroeder è stato sepolto da una marea di critiche per aver accettato ora che non è più cancelliere di diventare capo del consiglio dei garanti del gasdotto del Baltico.
Questo gasdotto, che evita di passare attraverso la Polonia (ostile a Mosca) e salda un'alleanza strategica tra Berlino e Mosca, è stato voluto dallo stesso Schroeder in accordo con Putin.
«Conflitto d'interessi!», strillano i grandi media servili ai poteri forti.
Su Il Corriere del 13 dicembre, André Glucksmann strilla «la Gazprom si compra l'Europa!» (1)
e si scatena in un disgustoso attacco contro l'ex Cancelliere.
«Schroeder ha preso la bustarella per i servizi resi a Putin», per dare libero sfogo al dispetto con cui la nota lobby likudista vede l'asse russo-tedesco.
«Politicamente, è una mascalzonata ed è la sola motivazione: scavalcando Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Putin li punisce»: evidentemente la lobby voleva che Putin continuasse a pagare royalty ai suoi nemici.
E sperava in Angela Merkel per cancellare l'oleodotto che libera la Germania dalla dipendenza dal petrolio medio-orientale, ossia dai voleri israelo-americani.
«Ma Putin ha anticipato la firma del contratto, ed ora la Merkel ha le mani legate», sbava Glucksmann (2).
Urla e strepiti per il «conflitto d'interessi» di Schroeder, pesanti allusioni alla sua disonestà.
Frattanto arriva un'altra notizia, accolta con rispettoso silenzio dalla stampa asservita.
Mario Monti, l'uomo-Fiat che è stato commissario europeo alla concorrenza, come Schroeder ha trovato un impiego nel privato.
Se lo è «comprato» la Goldman Sachs - prima banca d'affari della nota lobby - per uno stipendio «che non è stato reso noto», ma che non è sbagliato ritenere miliardario (3).
I giornali britannici ricordano che Mario Monti «è celebrato per la sua dedizione nell'aprire i mercati europei alla competizione» (ossia per i servizi che ha reso alla globalizzazione), per aver «combattuto Francia e Germania» (la «vecchia Europa» odiata da Sharon) e «per aver rifiutato l'offerta del premier Berlusconi che lo voleva ministro delle Finanze nel 2004».
Per contro, è noto che Mario Monti «diventerà ministro nel futuro governo Prodi».
Anche Prodi consulente della Goldman Sachs fino all'altro ieri, ed oggi finanziato dalla banca d'affari per la sua campagna elettorale.
A quel che pare, a pagare Prodi è Linda Costamagna, una privata signora che per caso è moglie di Claudio Costamagna, gran capo della Goldman Sachs per l'Europa.
Varrà la pena di ricordare che la Goldman fu tra le capofila delle banche usurarie che vennero, a bordo del Britannia, lo yacht della regina d'Inghilterra, a imporre i loro metodi per la privatizzazione dei gioielli dell'IRI.
A quell'epoca salì sullo yacht anche Mario Draghi.
E anche lui oggi è alla Goldman Sachs.
I banchieri anglo-israeliti fecero allora grandi affari, e se ne ripromettono ancor più dal prossimo centro-sinistra al governo.
Ecco perché Il Corriere strilla che Schroeder ha un «conflitto d'interessi» per i suoi accordi con Putin, e tace sul conflitto d'interessi enorme, passato e futuro, di Mario Monti alla Goldman Sachs.
E' la legge talmudica in atto: due pesi e due misure.
Maurizio Blondet
Note
1) «Germania svegliati! Il tuo Cancelliere di ieri diventa senza pudore il capo del consiglio di sorveglianza dell'oleodotto Gazprom del Baltico. La nomina scoppia come una bomba nelle teste e apre gli occhi agli increduli. 'Il Cancelliere svenduto in saldo?'.
Enorme farsa! Ma lavoro interessante, del resto defiscalizzato in Svizzera. La reciproca passione di Schröder e Putin assume un nuovo aspetto. Nessuno ignora che, senza tale passione, lo scandaloso contratto non sarebbe stato concluso. Nessuno ignora che, senza Putin, Schröder non prenderebbe il bakchich, la bustarella per i servigi resi. Non si dà niente per niente.
Il nostro compare, onore reso al suo rango passato, controllerà il capo di una filiale della Dresdner Bank, Mathias Warnig, spia della Stasi quando Putin lavorava in Germania per il KGB. Chi si assomiglia si accoppia. Avevo preannunciato l'immenso potere di corruzione della Russia di Putin. Pochi mi credettero. Adesso ci siamo. Ed è solo un inizio. L'affaire ha la sua importanza. Una settimana prima delle elezioni che segnavano la prevedibile fine di Schröeder, Putin si è precipitato a Berlino. Ha anticipato la firma del contratto (8/9/2005) le cui cerimonie erano previste per novembre, cioè dopo le legislative. 'Pacta sunt servanda'.
Le mani di Angela Merkel sono legate. Prima che fosse troppo tardi, il Cancelliere uscente ha venduto la Germania ai voleri del Cremlino, che ormai controlla la sua energia e spera di controllare ancora la sua politica. L'oleodotto sottomarino contraddice la razionalità economica. Costa miliardi di più che se passasse sul suolo, dove si potrebbe con un minimo di spesa raddoppiarne la capacità. Da un punto di vista ambientale, i rischi di incidenti sono importanti. Politicamente, è una mascalzonata ed è la sola motivazione: scavalcando Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Putin li punisce. Ne approfitta per triplicare ex abrupto il prezzo del petrolio consegnato all'Ucraina esangue e raddoppiare quello che esige dalla Georgia.
Il brutto colpo Schröder-Putin oltrepassa le questioni di soldi. Negli otto anni di regno dell'ex Cancelliere, i suoi servizi segreti hanno collaborato con quelli russi (l'FBS) in Cecenia. L'asse Parigi- Berlino-Mosca ha coperto l'abolizione delle libertà ottenute con Gorbaciov e con l'incostante Eltsin. Il ripristino della 'verticale del potere', cioè dell'autocrazia, la confisca dei mass media, la ripresa in mano dell'economia da parte dei prediletti del Cremlino, la carcerazione dell'oligarca recalcitrante Khodorkovski, la messa sotto tutela, addirittura la proibizione de facto delle Organizzazioni non governative internazionali, il soffocamento delle libertà pubbliche, non hanno dato fastidio allo Schröeder Cancelliere, così come i missili SS20 sovietici impiantati in terra tedesca-orientale non avevano turbato il giovane Gerhard pacifista.
A proposito del suo compagno russo, Schröeder non dice forse che 'Putin è un democratico puro'? E Chirac, tanto per rincarare la dose, che 'La Russia è in primo piano tra le democrazie per il dialogo delle culture e il rispetto dell'altro '? Ed ecco Putin mettere i puntini sulle i: 'la disgregazione dell' URSS è la catastrofe peggiore del XX secolo'. Le cose sono chiare. Non c'è ritegno nella corsa al profitto. Quando Chirac non guiderà più i destini della Francia, guiderà quelli di Gazprom-France?
Petrolio iracheno contro cibo, il traffico è stato appetitoso per molti intermediari occidentali. Petrolio russo contro sangue ceceno, contro l'avvenire dell'Ucraina, contro la prosperità della Polonia e dei Paesi Baltici: ecco, in denaro contante, quel che ne ricava un ex Cancelliere socialista»
2) Il gasdotto in questione unisce la cittadina russa di Babayevo alla tedesca Greifswald passando per 1200 chilometri sul fondo del mar Baltico: così evita di passare attraverso la Polonia, l'Ucraina o i Paesi Baltici, la «nuova Europa» alleata all'asse israelo-americano. Ostile a Mosca, la «nuova Europa» voleva però incassarne le royalty di passaggio e le forniture energetiche a prezzi di favore. Putin ha detto all'Ucraina che d'ora in poi, se lo vuole, deve pagarsi il petrolio russo ai prezzi mondiali. Che sono il triplo di quanto l'Ucraina paga attualmente, in base a vecchi accordi con Mosca.
3) Gary Parkinson, «Goldmans hires EU's Super Mario», Independent, 14 dicembre 2005.
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PECORI GIRALDI
Maurizio Blondet
18/10/2005
Il Financial Times, nell'edizione week-end del 16 ottobre (1), così prescrive: «se siete un multimiliardario, non basta avere una barca. Dovete avere un super-yacht; una macchina da corsa di 30metri con computer, alta tecnologia e tutti i gadget elettronici del caso».
Ma avverte con dovizia di particolari che per questo tipo di yachting, dove «la barca» costa 10 milioni di dollari e l'equipaggio e le spese di manutenzione ne costano altri 2 (milioni), «il reddito di un semplice miliardario non basta».
Ad avere quei superpanfili da corsa, che partecipano a tutte le regate internazionali anche se fanno presenza fissa in Costa Smeralda, sono davvero pochi.
Gli invidiatissimi: pensate come soffrirà D'Alema, proprietario di panfilo da regata del costo di soli 900 mila euro, che al confronto è un gommone.
Persino l'Espresso ha dovuto segnalare che il panfilo di D'Alema ha un «arredamento spartano», avendo l'armatore-proprietario preferito spendere quel che si deve nell'albero «in fibra di carbonio».
Quando si è costretti a fare scelte così dolorose, non si è davvero ricchi.
In realtà, la mia attenzione è stata richiamata sui nomi di italiani che compaiono in quell'articolo per pochi sul Financial Times.
Uno è Luca Bassani Antivari, ma non ci scandalizzerà: è il designer di questi super-panfili high-tech, da 30 metri e 20 miliardi di vecchie lire, della classe «Wally».
Ma un altro è il nome di un padrone di uno di questi «Wally», battezzato Tiketitan.
Si tratta di Galeazzo Pecori Giraldi. «the italian investment banker», spiega il Financial Times laconico, come non ci fosse bisogno di altre presentazioni.
Non è un nome, lo ammetterete, che appare spesso nelle cronache economiche.
Uno di quei nomi così rispettati da essere poco citati: altro che Lapo Elkann, altro che Gianni Agnelli.
Come fa Galeazzo Pecori Giraldi a guadagnare tanti soldi, da permettersi uno yacht che costa 3 miliardi l'anno solo per pagare l'equipaggio?
Che cosa fa per avere tanti quattrini da far sentire poveri i miliardari?
D'accordo, Galeazzo è il presidente della Morgan Stanley, superbanca d'affari transnazionale.
Inoltre, è presidente del Credito Fondiario Industriale, della SIB (società di aste immobiliari), della Fonspa (sempre immobiliari) e consigliere della Asso Immobiliare.
Ma una breve ricerca su internet mi rende chiaro che Pecori Giraldi, il Galeazzo, è presente in così tante associazioni e occasioni da tempo libero, da obbligarci a chiedere quando trova il tempo per lavorare onde restare un super-ricco.
Per esempio non manca mai di partecipare alla «Mille miglia storica» di Brescia e ad altre manifestazioni d'auto d'epoca in giro per il mondo, al volante della sua Bugatti - un altro suo costoso hobby, visto che la Bugatti costerà, in manutenzione, un ulteriore pacchetto di miliardi.
Poi è consigliere del Touring Club; del FAI, Fondo Ambiente taliano, che raduna ecologisti di lusso, per lo più proprietari di magioni storiche; e di «Milano per la Scala», associazione di munifici preoccupati delle sorti del cosiddetto «tempio della lirica».
Ma tutte queste associazioni sono, par di intuire, altrettante fonti di spesa più che di introiti.
Il Galeazzo passa pochissimo tempo in ufficio: un giorno è in USA o Giappone con la sua Bugatti, l'indomani in Australia all'asta dei super-yacht Wallis, il giorno dopo a Porto Cervo a farsi fotografare con la ciurma di «Mascalzone Latino» insieme a tutti gli altri «mascalzoni latini».
Galeazzo Pecori Giraldi è l'illustrazione vivente della regola non scritta: i veri ricchi non lavorano mai.
Vi chiedete quante tasse paga?
In Italia, non appare nemmeno nelle liste dei maggiori contribuenti, dove invece ci sono notai ricchissimi (ma non abbastanza da mantenere un Tiketitan) e Berlusconi.
Altra verità non scritta: i veramente ricchi non pagano imposte.
Quasi sempre le loro Bugatti e Tiketitan figurano proprietà di società con sede legale alle Cayman o alle Grenadines, la cittadinanza dei super-ricchi è spesso in USA (25 % d'imposta sul reddito) come certamente accade al presidente della Morgan Stanley, e i loro emolumenti sono in stock options o figurano come «capital gains»: guadagni di rischio, e mica vorrete far pagare le tasse sul rischio.
I veri ricchi non risultano proprietari né di un'utilitaria né di una casa.
Scelgono loro a quale Paese (non) pagare le imposte; sanno come profittare di tutte le regole di elusione fiscale, di tutti i modi di evitare «doppie tassazioni», regole che sono state scritte apposta per loro.
I veramente ricchi non lavorano e non pagano tasse.
Non appaiono nelle cronache mondane, né in quelle economiche.
Nessuno fa pettegolezzi su di loro.
Sono protetti da una loro massoneria che è superiore e più segreta di tutte le altre.
Qualcosa però l'intoccabile Galeazzo ha sborsato.
L'amministratore straordinario Bondi, curatore del fallimento Parmalat, ha fatto sputare alla Morgan Stanley un risarcimento di 155 milioni di euro alla stessa Parmalat.
Bondi s'era fatto la strana idea che le grandi banche, d'affari e no, facendo prestiti a Tanzi e poi rapidamente sbolognando i titoli di credito relativi ai piccoli risparmiatori, «abbiano contribuito alla frode finanziaria» né più nè meno di Tanzi.
Ed ha minacciato di portarle davanti ai giudici.
Beh, la Morgan Stanley ha cacciato senza fiatare 155 milioni di euro.
E in una rara intervista Galeazzo Pecori Giraldi s'è persino rallegrato di quell' «accordo» con Bondi: pur di evitare azioni legali.
Evidentemente, fatti due conti fra una regata e l'altra, avrà calcolato che a mettere di mezzo i tribunali la banca rischiava di pagare tre o dieci volte di più.
Il che ci induce ad azzardare la terza verità non scritta: i veri ricchi non guadagnano mai.
Spendono soltanto.
Ma credete che dopo l'esborso la Morgan Stanley abbia ridotto gli emolumenti al Galeazzo?
Niente di più sbagliato.
Galeazzo è volato in Australia sì per vendere il suo Tiketitan da America's Cup, ma per comprarsi uno yacht più costoso.
Quarta verità: i veri ricchi non pagano mai dazio.
Non pagano tasse, non lavorano, non guadagnano ma solo spendono.
Siamo noi che guadagniamo per loro.
Noi che li facciamo ricchi.
Noi che lavoriamo parecchio, che paghiamo tutte le tasse e in più il mutuo della casa ai banchieri e le rate per l'utilitaria, sempre ai banchieri.
Siamo noi che abbiamo bisogno di guadagnare: per loro, per lorsignori.
Maurizio Blondet
Note
1) Victor Mallet, «The haves and have-yachts», Financial Times, 15-16 ottobre 2005.
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I 5 PAPABILI PER PALAZZO KOCH
da Repubblica.it
Tommaso Padoa-Schioppa, nato a Belluno, 64 anni, ha lavorato alla Banca d'Italia e alla Commissione Europea. E' stato, per un breve periodo, dal 1997 al 1998, anche presidente della Consob. Dal primo giugno 1998 fino al maggio scorso, è stato nel comitato esecutivo e nel consiglio direttivo della Banca centrale europea. In questi anni si è occupato in particolare di relazioni internazionali e vigilanza bancaria
Vittorio Grilli, 49 anni, dopo aver guidato per tre anni la Ragioneria di Stato, è il nuovo direttore generale del Tesoro. Dal'86 al '90 è stato professore di economia a Yale. Importante il suo contributo nell'ambito del comitato per le privatizzazioni e nell'opera di razionalizzazione del debito pubblico
Su Mario Monti grava la perplessità del Polo che lo considera oramai già troppo dentro il gioco politico. "Nei mesi scorsi - si ricorda negli ambienti di governo - gli avevano offerto la presidenza della Bei, la banca di investimenti europei. Ha preferito la Goldman Sachs, evidentemente per non impegnarsi troppo con noi". 61 anni, già commissario europeo alla concorrenza e al mercato interno, fu rettore dell'università Bocconi di Milano
Vincenzo Desario, 72 anni, una carriera in Banca d'Italia, oggi direttore generale. Si occupò alla fine degli anni '60 dei casi bancari più clamorosi tra cui la Banca Unione di Roberto Calvi di cui diventò anche commissario provvisiorio dopo lo scioglimento degli organi amministrativi. Nel '91 fu delegato della Banca d'Italia al Fondo interbancario per la tutela dei depositi. Contribuì all'elaborazione del testo unico in materia bancaria
Mario Draghi, ha retto la direzione generale del ministero del Tesoro per dieci anni dal '91 al 2001. Lasciò l'incarico a Domenico Siniscalco per una cattedra ad Harvard. Laureato a Roma, oggi è vicepresidente della Goldman Sachs, la più importante banca internazionale di investimenti
martedì, dicembre 13, 2005
La caduta degli «dei», alias: il grande botto di capodanno
da Repubblica.it
Una carriera fulminante grazie all'aiuto delle
gerarchie ecclesiastiche e dei piccoli potentati locali
La caduta del banchiere di Fazio
che sognava il grande polo del Nord
di GIUSEPPE TURANI
MILANO - La carriera di Gianpiero Fiorani è finita, ma è stata certamente un'avventura straordinaria. Un'avventura e una carriera che lui stesso, mesi fa, aveva profeticamente riassunto nella battuta: "Non finirò all'inferno, ma farò mille anni di purgatorio". Il purgatorio di Gianpiero Fiorani, fino a poche settimane fa amministratore delegato della Banca Popolare Italiana, super-protetto dal governatore Fazio, si chiamerà probabilmente "consulenze & lavoretti". Difficile, impossibile che entri di nuovo in banca.
Era partito per costruire il quinto gruppo bancario e per fare la guerra ai giganti del credito (tutti un po' invisi al governatore e alla maggioranza di governo), e è finito invece fuori strada nel giro di un paio di mesi.
Nato a Codogno, Bassa lombarda, nel 1959, arriva fino al diploma di ragioniere e si mette a fare, per un po', il cronista in un paio di giornali locali. Come capita spesso in provincia fa la conoscenza con un esponente politico-bancario del luogo, Carlo Cantamessi, che è il numero uno della Popolare di Lodi. È lo stesso Fiorani a raccontare che era a casa e si stava facendo un uovo, quando è arrivato Cantamessi e gli ha detto: "Dai, vieni in banca con me". Risposta. "Fossi matto". Andare a lavorare in banca, allora, nel 1978, non era considerato il massimo per un giovane ambizioso.
Ma Fiorani, chissà perché, accettò. Diventò subito direttore di filiale. E poi si passò agli incarichi speciali. Gli danno da sistemare gli sportelli che la Lodi ha in Sicilia, ma anche l'acquisizione e la sistemazione della Banca Rasini di Milano, l'acquisto della Banca Mercantile di Firenze. E altro ancora. Il giovane Fiorani dimostra subito di essere rapido, efficiente, discreto. Ha molte amicizie nel mondo cattolico, si spende in beneficenza, va in chiesa. Insomma, è perfetto. E infatti lo portano al vertice della Lodi.
Una volta arrivato in cima si dimostra anche diabolico nel muoversi. Le Popolari hanno molti limiti, ma lui li aggira abilmente. Si compra l'Iccri (Istituto centrale delle Casse di Risparmio) e lo trasforma in una holding. Dopo di che va a caccia di Casse di Risparmio: le Fondazioni gli cedono le banche, ma entrano nell'Iccri (che intanto ha cambiato nome in Banca Federale).
Non sempre, a quanto pare, Fiorani segue percorsi rettilinei. Del caso della Popolare di Crema si parla ancora oggi nel mondo bancario. La banca viene scalata da personaggi misteriosi dalla Svizzera, attraverso le solite società-schermo (uno schema che ricorda abbastanza da vicino la scalata, poi fallita, all'Antonveneta). La Consob di Luigi Spaventa indaga e passa le carte alla magistratura: falso in bilancio, false comunicazioni sociali, utilizzo di informazioni riservate. Ma Fiorani se la cava pagando una semplice oblazione. Va meno bene all'ispettore della Consob, che deve andarsene fra mille polemiche.
Anche Giulio Tremonti rimane molto perplesso di fronte alle Fondazioni bancarie che vendono i loro istituti a Fiorani e poi ne diventano soci. La storia della Popolare di Crema, comunque, si conclude con un'Opa lanciata dalla Lodi, alla quale i misteriosi personaggi che dalla Svizzera avevano rastrellato azioni cedono i loro pacchi. Con utili vertiginosi.
Nonostante qualche disavventura, Fiorani continua a fare shopping di banche. E diventa l'amico prediletto del governatore Fazio, che si fa fotografare con lui da una parte e Cesare Geronzi, presidente di Capitalia dall'altra. Onore non da poco, per un piccolo banchiere di provincia e per di più già abbastanza discusso.
Sono i tempi, due anni fa, in cui Tremonti e la Lega chiedono a gran voce le dimissioni di Fazio. Poi il vento cambia di colpo e la Lega si mette improvvisamente a difendere Fazio e a complimentarsi per la sua battaglia a favore dell'italianità delle banche. Dietro questa svolta, c'è naturalmente Fiorani. Che cosa è successo?
I leghisti (con il loro chiodo fisso di essere uno Stato nello Stato) si erano messi in testa di farsi una banca: la Credieuronord. Peccato che la banca sia gestita malissimo. A un certo punto c'è la possibilità che la banca salti per aria, con 3mila soci che vedono svanire i loro risparmi e vari esponenti della Lega sotto processo. Tutto questo viene evitato grazie a Fiorani, che, con la benedizione di Fazio, compra la banca (rifiutata dalla Popolare di Milano, visti i conti) e chiude la partita.
Nel gennaio 2005 parte l'avventura per il controllo dell'Antonveneta contro l'Abn Ambro che la voleva per sé. Sulla carta Fiorani è sicuro di vincere. Da una parte ha il governatore Fazio (con il quale sono diventati amici di famiglia, il figlio e il genero del governatore vanno a fare stage da lui), dall'altra gli amici di sempre a partire da Chicco Gnutti e Giovanni Consorte di Unipol che proprio con l'Antonveneta realizzarono la scalata alla Telecom. In più, le solite società svizzere e i soliti amici misteriosi. La scalata all'Antonveneta, insomma, doveva essere una passeggiata.
Invece è finita il 2 agosto, quando la procura di Milano ha sospeso Fiorani da tutti gli incarichi e lo ha accusato di molti reati finanziari. Poi, nuove perquisizioni. Il 2 ottobre doveva rientrare in banca. Probabilmente, viste anche le nuove accuse, sono stati i suoi stessi legali a consigliargli di farsi da parte.
(17 settembre 2005)
da Repubblica.it
L'ex numero 1 della Bpi preso nella sua casa di Lodi
Con lui in carcere tre stretti collaboratori
Lodi, arrestato Fiorani
il grande amico di Fazio
L'accusa: aggiotaggio e associazione a delinquere
per arrivare al controllo di Antonveneta
MILANO - Arrestato Gianpiero Fiorani. Il provvedimento del giudice di Milano Clementina Forleo, per l'ex numero uno della Bpi ed altre 5 persone, è stato firmato in seguito all'indagine della Procura sugli affari occulti della Banca Popolare Italiana per la scalata ad Antonveneta. La Guardia di finanza ha eseguito l'arresto nell'abitazione del banchiere a Lodi, che a lungo è stato considerato un protetto del governatore di Bankitalia Fazio.
L'operazione è partita ieri sera alle 19. Duecento uomini della Guardia di Finanza sono andati a Lodi, Codogno e Lugano. Hanno perquisito società, uffici di commercialisti e abitazioni. Le accuse per Fiorani sono pesantissime: aggiotaggio (aver diffuso notizie false per alterare il corso dei titoli in Borsa), insider trading (aver utilizzato notizie riservate), truffa, truffa aggravata, appropriazione indebita e associazione per delinquere finalizzata al compimento di questi reati.
Con l'ex patron di Bpi, sono stati arrestati anche l'ex direttore finanziario Gianfranco Boni, considerato il suo braccio destro e l'ex consulente della banca lodigiana Silvano Spinelli, indicato come storico tesoriere occulto e prestanome di Gianpiero Fiorani.
Nell'inchiesta Antonveneta sono stati emessi anche i mandati di arresto per Fabio Massimo Conti e Paolo Marmont, gestori del fondo Victoria Eagle, coinvolto nelle operazioni di Fiorani. Per loro l'accusa è di associazione per delinquere e riciclaggio.
E per Fiorani e Boni si sono aperte le porte del carcere di San Vittore. Le misure chieste dalla procura e firmate nei giorni scorsi dal gip Clementina Forleo, infatti, prevedono la detenzione "più dura" per l'ex ad di Bpi e per il suo ex direttore finanziario. Arresti domiciliari per Silvano Spinelli.
Indagato a piede libero anche Giuseppe Besozzi. L'imprenditore agricolo avrebbe avuto un ruolo di rilievo nella scalata occulta della Lodi ad Antonveneta. Non ci sono altri nomi "eccellenti" nel provvedimento.
"Tra Spinelli, Besozzi e il sottoscritto c'è un sostanziale rapporto di società per cui ci dividevamo gli utili prodotti con le operazioni mobiliari" ha ammesso Fiorani in un interrogatorio nello scorso ottobre spiegando così l'esistenza di una banca nella banca attiva con una cerchia di clienti privati che investivano e guadagnavano in borsa grazie alle informazioni utili procurate dall'istituto.
I magistrati, di fronte ad una schiacciante quantità di prove, ("Stiamo tirando le fila di un lavoro enorme, e del cui contenuto non sapete quasi nulla", diceva giorni fa una fonte della Procura), hanno deciso di contestare il reato di associazione ad un gruppo di indagati, fra cui l'ex presidente e il suo entourage.
Impossibile, per ora, sapere quanti sono in totale quelli finiti nel mirino degli inquirenti, unica cosa certa è che al primo posto dell'elenco c'è proprio Fiorani, a lui i pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotti attribuiscono il ruolo di "capo o promotore" dell'impresa.
L'associazione a delinquere - che va ad aggiungersi all'aggiotaggio e all'infedeltà patrimoniale - già contestati agli indagati, fa sì che l'affaire Antonveneta non sia più inquadrabile come isolato episodio di criminalità economica, ma, di fatto, diventa espressione dell'attività di un gruppo di potere occulto che aveva nella ex Banca Popolare di Lodi il suo braccio finanziario.
(13 dicembre 2005)
da Repubblica.it
Giorno per giorno, le tappe di una doppia inchiesta
A Roma è indagato anche il governatore Fazio
Quando Fiorani annunciò
"Abbiamo il 2% di Antonveneta"
ROMA - La battaglia tra la Banca popolare italiana (ex Bpl) e Abn Amro per il controllo di Antonveneta è iniziata il 17 gennaio scorso: quel giorno l'istituto guidato da Gianpiero Fiorani annunciò di aver superato il 2% nel capitale dell'istituto veneto. La Consob chiarirà che la Popolare di Lodi aveva iniziato a rastrellare azioni sin dal novembre precedente, attraverso finanziamenti a società alleate. Ecco le tappe della vicenda, nella ricostruzione dell'agenzia AGI.
2 maggio: la procura di Milano avvia le indagini e apre un fascicolo contro ignoti per aggiotaggio sulla scalata di Bpl all'istituto veneto.
17 maggio: Giampiero Fiorani, Emilio Gnutti e altre 21 persone vengono iscritte nel registro degli indagati dalla procura milanese.
8 giugno: il tribunale di Padova sospende il Cda di Antonveneta
12 luglio: il nome di Fiorani appare anche nel registro degli indagati della procura romana
15 luglio: anche Francesco Frasca, rersponsabile della vigilanza di Bankitalia, finisce nel registro degli indagati a Roma.
25 luglio: i pm milanesi, Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, titolari del fronte milanese dell'inchiesta, sequestrano tutti i titoli dell'istituto padovano detenuti da Bpi, e dagli alleati Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, i fratelli Lonati e Danilo Coppola.
Dal decreto che dispone il sequestro delle azioni emergono alcune intercettazioni di una telefonata tra il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, e l'Ad di Bpl Fiorani.
2 agosto: il gip Clementina Forleo convalida il sequestro delle azioni in portafoglio ai concertisti. La Forleo notifica anche la misura interdittiva nei confronti di Fiorani e del direttore centrale finanza, Gianfranco Boni
16 settembre: Fiorani si dimette dalla carica di Ad di Bpl. La decisione arriva dopo una nuova ipotesi di reato a suo carico. Oltre che di aggiotaggio insider trading e ostacolo all'attività di vigilanza della Consob, il banchiere di Codogno adesso deve rispondere anche di un altro reato. Si tratta dell'articolo 495 del codice penale: "Falsa dichiarazione a pubblico ufficiale". L'accusa lascia intravedere l'ipotesi di un arricchimento personale attraverso finanziamenti della sua stessa banca, con il coinvolgimento di alcuni prestanome.
29 settembre: si apprende che il governatore della Banca d'Italia è indagato sin dai primi giorni di agosto, dalla procura di Roma, per abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta su Antonveneta. Insieme al governatore, era indagato, sempre per abuso d'ufficio, anche il responsabile dell'area vigilanza di Palazzo Koch, Francesco Frasca. Per la vicenda dell'Opa sulla banca padovana è indagato dalla procura di Roma anche Fiorani per i reati di falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo all'autorità di vigilanza. Indagato anche Giovanni Benevento, ex presidente della Popolare italiana.
10 ottobre: il governatore Fazio viene interrogato dalla procura di Roma
12 ottobre: c'è un nuovo indagato nell'inchiesta sulla scalata all'istituto veneto: si tratta di Silvano Spinelli, uomo di fiducia di Fiorani e, secondo gli inquirenti, prestanome del banchiere
6 dicembre: indagato l'intero Cda di Banca popolare italiana, i componenti del comitato esecutivo e i sindaci: ma non per la scalata ad Antonveneta, bensì per aggiotaggio sui titoli dell'istituto di credito lodigiano. E' questo lo sviluppo del nuovo filone di indagine aperto circa un mese fa dai pm milanesi. Sotto inchiesta finiscono il presidente Giovanni Benevento, il vice presidente Desiderio Zoncada, l'Ad Giorgio Olmo e i consiglieri Francesco Ferrari, Domenico Lanzoni e Domenico Zucchetti
7 dicembre: il presidente e amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte, è indagato dalla procura di Milano, insieme al vice presidente della compagnia assicurativa, Ivano Sacchetti, per concorso in aggiotaggio. Secondo i pm milanesi, Consorte, così come il suo vice, avrebbero preso parte al rastrellamento concertato di titoli da parte della cordata della ex Bpl
13 dicembre: è il giorno dell'arresto per Fiorani, Spinelli, e Boni, ex direttore finanziario. Per l'ex ad spunta anche un altro reato, quello di associazione per delinquere. E un altro nome si aggiunge nella lista dei pm, quello di Ignazio Bellavista Caltagirone, titolare della Maryland Group, indagato per concorso in aggiotaggio, sospettato di aver fatto parte del concerto guidato dall'istituto di Fiorani
Con questo diventano tre i filoni dell'inchiesta seguita dalla procura di Milano sulla scalata da parte della Bpl alla Antonveneta. L'associazione per delinquere si aggiunge all'aggiotaggio (che riguarda la diffusione di notizie che avrebbero provocato l'alterazione del prezzo delle azioni Antonveneta) e all'appropriazione indebita (secondo i magistrati, gli indagati avrebbero favorito i guadagni in Borsa di un gruppo di correntisti, che a loro volta avrebbero restituito in nero parte dei guadagni ai vertici della Banca popolare italiana). Sempre di oggi la notizia che tra gli indagati dalla procura di Milano finisce anche l'europarlamentare dell'Udc e imprenditore, Vito Bonsignore.
Si allungano invece i tempi per la conclusione dell'inchiesta avviata a Roma, nella quale è indagato il governatore Fazio. I risultati delle consulenze tecniche e dei documenti, richiesti dai pm Perla Lori e Achille Toro, non arriveranno prima del 2006.
(13 dicembre 2005)
altri rif: Tana per Fazio dietro a Fiorani !!!
mercoledì, novembre 16, 2005
Signoraggio, indebito guadagno da restituire ai cittadini
Economia
Edizione dal 01/11/2005 al 07/11/2005
Signoraggio, indebito guadagno da restituire ai cittadini
La differenza tra valore nominale della moneta e costi di produzione non spetta alle banche - Ora Bankitalia e gli altri istituti di credito dovranno rimborsare somme per 5 miliardi di euro
di Vincenzo Brancatisano
Sembrava una lite temeraria e invece chi ha fatto causa ha vinto. Il reddito da signoraggio percepito dalla Banca d'Italia e dalle altre banche è indebito e dev'essere restituito ai cittadini. La decisione ha dato soddisfazione a quanti da anni, pur considerati dei pazzi, hanno contestato il diritto delle banche di appropriarsi dell'enorme cifra fondata sull'antico diritto di batter moneta e cioè sul reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione. E ora si attendono le ripercussioni sui cittadini che attendono i moduli per la richiesta di rimborso. Si tratta di ben 5 miliardi di euro, 87 euro in media per ogni cittadino residente in italia al 31.12.2003, puntualizza l'associazone Adusbef, che ha sostenuto una vertenza davanti al giudice di Pace di Lecce. Altre sono in corso in tutta Italia.
Giovanni Gaetanis, destinato a passare alla storia, aveva chiamato in causa davanti al Giudice di Pace di Lecce la Banca centrale europea e la Banca d'Italia, chiedendo di accertare che la proprietà della moneta è della collettività nazionale europea, mentre la Banca Centrale ha unicamente il compito di provvedere alla stampa. In conseguenza di ciò, ha chiesto che fosse dichiarato "che l'intera Massa Monetaria in circolazione è di proprietà dei componenti dell'Unione Europea, e che, per l'effetto, il Debito Pubblico non esiste, dovendosi, al contrario, ritenerlo Credito Pubblico".
Si legge nella sentenza che lo Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali e della Banca Centrale Europea definisce reddito monetario (art.32) il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell'esercizio funzioni di politica monetaria del Sebc. Lo Statuto fissa anche le regole per la determinazione del reddito monetario e per la sua distribuzione tra le banche centrali dei paesi partecipanti all'euro.
Quando la circolazione era costituita soprattutto da monete in metalli preziosi (oro e argento), ogni cittadino poteva chiedere al suo sovrano di coniargli monete con i lingotti d'oro e argento che egli portava alla zecca. Il sovrano, ponendo la sua effigie sulla moneta, ne garantiva il valore, dato dalla quantità e dalla purezza del metallo in essa contenuto. In cambio di questa garanzia, tuttavia, tratteneva per sè una certa quantità di metallo: l'esercizio di questo potere sovrano venne chiamato signoraggio.
Introdotta la circolazione della moneta cartacea, slegata dall'oro (soppressione delle riserve auree), sono mutate le modalità di formazione del signoraggio, ma non la sua natura, che resta quella di un introito dello Stato connesso con l'emissione di moneta. Il Consulente tecnico d'Ufficio ha determinato il reddito monetario come la differenza tra gli interessi percepiti sulle attività e il costo, modesto, di produzione delle banconote, chiarendo che costituisce il moderno reddito di signoraggio, o reddito monetario, proprio lo scarto tra il primo ed il secondo importo.
"Risulta, invece", si legge nella clamorosa sentenza, "che solo il 5 per cento è posseduto dall'Inps (Ente pubblico), il restante 95 per cento appartiene a privati, Gruppo Intesa, Gruppo San Paolo Imi, Gruppo Assicurazioni Generali, Bnl, ecc.." Il Ctu., nella sua relazione, ha chiarito che il reddito dell'istituto, causato dall'attività e dalla circolazione di moneta posta in essere dalla collettività nazionale, dovrebbe vedere lo Stato quale principale beneficiario e non gruppi di privati. II Ctu conclude che "per il periodo preso in esame, 1996-2003, la sottrazione del reddito di signoraggio in danno alla collettività (quota attribuita a soggetti privati dalla Banca d'Italia) può determinarsi alla luce dei suddetti criteri e dei prospetti analitici di calcolo riportati nelle relazione peritale, in complessivi euro 87,00 corrispondenti ad un danno medio rilevato per cittadino residente alla data del 31.12.2003".
«Non troviamo traccia del signoraggio nella Costituzione italiana – spiega lo studioso Marco Saba, uno dei primi a denunciare il fenomeno –. Questo argomento è troppo importante per essere sottaciuto: qualcuno, ogniqualvolta vengono emessi degli euro, si arricchisce con questa medioevale rendita di posizione che non ha niente a che spartire con la democrazia. Recentemente, a Ginevra, mi è capitato di scambiare delle opinioni con degli eminenti esperti mondiali di riciclaggio che, curiosamente, ben poco mostravano di sapere in tema di signoraggio. Ma se il signoraggio è un abuso dell'ignoranza popolare, visto che come argomento viene in pratica tenuto segreto, dall'altra parte si tratta di uno strumento potentemente eversivo in una società, come la nostra, dove i soldi sono potere. Dove, rubando tutto il valore della moneta all'atto dell'emissione, se ne può disporre per comprare candidati, elezioni, amministratori, oppure per partecipare a quell'orgia chiamata privatizzazione, mettendo in atto una sapiente ed efficace azione di riciclaggio della refurtiva monetaria».
Ma c'è di più. «Avendo la totale libertà di decidere quando, come e quanta moneta stampare, si genera il fenomeno triste dell'inflazione – ipotizza Saba – Più moneta viene stampata e più ne diminuisce il valore».
E c'è anche il "giallo" Molinari
"Chi tocca il signoraggio muore". La frase inquietante gira in rete da tempo, basta digitarla su Google e se ne ha una riprova. Ed è per questo che si tinge ulteriormente di giallo (anche se siamo nel campo delle coincidenze) la morte di Arrigo Molinari, l'ex questore di Genova, già questore di Bankitalia, che qualche giorno prima di essere ammazzato, il 27 settembre scorso, era stato intervistato dal quotidiano Il Giornale in occasione dell'udienza presso il tribunale civile su due ricorsi da lui presentati contro Banca d'Italia e Banca centrale europea. Ecco alcune sue risposte all'intervistatore. In merito ai banchieri privati soci di Bankitalia dice che "hanno divorato l'istituto centrale rendendolo non più arbitro e non più ente di diritto pubblico. Con un'anomalia tutta italiana". A danno dei risparmiatori. Si riferisce al Signoraggio "consentito alle banche fin dal 1992". Il reddito da "Signoraggio" a soggetti privati, spiegava Molinari poche ore prima di essere ucciso, "si fonda su una norma statutaria privata di una società di capitali, e quindi su un atto inidoneo e inefficace per la generalità", dalle conseguenze "rovinose per i cittadini, che si sono sempre fidati delle banche e di chi le doveva controllare. Le banche centrali e quindi la Banca d'Italia, venuta meno la convertibilità in oro e la riserva aurea, non sono più proprietarie della moneta che emettono e su cui illecitamente e senza una normativa che glielo consente percepiscono interessi grazie al tasso di sconto, prestandolo al Tesoro". E ancora: "Ora i cittadini risparmiatori sono costretti a far ricorso al tribunale per farsi restituire urgentemente il reddito da "Signoraggio" alla collettività, a seguito dell'esproprio da parte delle banche private italiane che, con un colpo di mano, grazie a un sottile ministro che ha molte e gravi responsabilità, si sono impadronite della Banca d'Italia battendo poi moneta e togliendo la sovranità monetaria allo Stato che, inerte, dal 1992 a oggi ha consentito questa assurdità. L'emissione della moneta, attraverso il prestito, poteva ritenersi legittima quando la moneta era concepita come titolo di credito rappresentativo della Riserva e per ciò stesso convertibile in oro, a richiesta del portatore della banconota".
Dunque, Bankitalia si prende diritti che non può avere?, chiede Il Giornale. Appunto. Prima Bankitalia, nella sua qualità di società commerciale, fino all'introduzione dell'euro in via esclusiva e successivamente a tale evento, quale promanazione nazionale della Banca centrale europea, si arroga arbitrariamente e illegalmente il diritto di percepire il reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione, in luogo dello Stato e dei cittadini italiani. Sembra un assurdo, ma purtroppo è una realtà. L'euro, però, è dei cittadini italiani ed europei, e non, come sta avvenendo in Italia, della banca centrale e dei suoi soci banchieri privati". Ma che si fa adesso? "Farà tutto il tribunale". Avrebbe avuto l'udienza nei giorni scorsi, ma non c'è arrivato.
lunedì, novembre 14, 2005
Comincia la campagna terroristica contro il FERRO a favore della CARTA dei Bankieri?
dalla serie: pian pianino ti sfilo il soldino..
rif: banconotemondiali.it
Troppi 50 centesimi falsi
6 Novembre 2005 8.23 - Astrea

Il Rapporto Statistico sulla Falsificazione dell’ Euro curato dal ministero dell’ Economia e delle Finanze pubblicato sul sito www.mef.gov.it ha reso noto che l’euro in moneta è più soggetto alle falsificazioni rispetto alle banconote, e che nel primo semestre del 2005 il numero di segnalazioni sui possibili falsi è aumentato del 20,21% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Inoltre, come già accennato precedentemente dal nostro sito nell’articolo “Falsi o errori di conio?”, la moneta più falsificata è quella da 50 centesimi: ne sono state ritirate 1030 rispetto alle 302 del 2004. Infatti i falsari hanno capito che questa moneta spesso non è controllata dalle persone, ad esempio quando è ricevuta come resto.
Per quanto riguarda le banconote, la più falsificata è quella da 50 euro, che rappresenta l’89,82% dei ritiri e dei sequestri.
Infine è stato dichiarato che le regioni dove i soldi falsi circolano maggiormente sono soprattutto quelle del Nord e quelle del Centro.
rif: banconotemondiali.it
Troppi 50 centesimi falsi
6 Novembre 2005 8.23 - Astrea
Il Rapporto Statistico sulla Falsificazione dell’ Euro curato dal ministero dell’ Economia e delle Finanze pubblicato sul sito www.mef.gov.it ha reso noto che l’euro in moneta è più soggetto alle falsificazioni rispetto alle banconote, e che nel primo semestre del 2005 il numero di segnalazioni sui possibili falsi è aumentato del 20,21% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Inoltre, come già accennato precedentemente dal nostro sito nell’articolo “Falsi o errori di conio?”, la moneta più falsificata è quella da 50 centesimi: ne sono state ritirate 1030 rispetto alle 302 del 2004. Infatti i falsari hanno capito che questa moneta spesso non è controllata dalle persone, ad esempio quando è ricevuta come resto.
Per quanto riguarda le banconote, la più falsificata è quella da 50 euro, che rappresenta l’89,82% dei ritiri e dei sequestri.
Infine è stato dichiarato che le regioni dove i soldi falsi circolano maggiormente sono soprattutto quelle del Nord e quelle del Centro.
Banconota da 3 euro in Toscana
dalla serie: credevo fosse Rivoluzione, ma è solo Folklore..
rif: banconotemondiali.it
Banconota euro della Toscana
6 Novembre 2005 8.44 - Astrea

I comuni toscani di Fiesole e di Pontassieve hanno messo in circolazione una banconota da 3 euro, fruibile solo all’interno dei comuni sopraccitati e per un limitato periodo di tempo. Il costo di questa banconota pre-euro é di 7 euro.
rif: banconotemondiali.it
Banconota euro della Toscana
6 Novembre 2005 8.44 - Astrea
I comuni toscani di Fiesole e di Pontassieve hanno messo in circolazione una banconota da 3 euro, fruibile solo all’interno dei comuni sopraccitati e per un limitato periodo di tempo. Il costo di questa banconota pre-euro é di 7 euro.
venerdì, novembre 11, 2005
La classe non è acqua
Discussione:Signoraggio
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
I contributi precedenti a questa discussione sono reperibili qui.
it.wiki non è un blog di economia e finanza e non sono ammesse ricerche originali. --M/ 15:25, set 30, 2005 (CEST)
• mi sfugge il senso della frase.. le «ricerche» devono essere quelle «standard», «accademiche», «canoniche» ? e allora dov'è il vantaggio e la forza del WIKI? mi leggo una enciclopedia che regalano insieme al quotidiano di regime, no? mah!
Eppure la frase che compare qui sopra è molto chiara e scritta in italiano. --Snowdog 23:27, ott 19, 2005 (CEST)
• nel TUO italiano, forse..
Visto che il signor Pascucci è interessato solo a imporre il suo punto di vista. Tutte le pagine relative al signoraggio vengono protette, nella speranza che si accontenti di propagandare le sue tesi dal suo sito e la smetta di romperci i coglioni.
--Snowdog 16:33, ott 20, 2005 (CEST)
• incoerente (mi dai del signore e poi mi offendi)
• ignorante (non sono tesi dal momento che sono state ampiamente dimostrate)
• prevenuto (non sono «mie», non l'ho inventate o scoperte io. Le ho semmai abbracciate)
• volgare (sei su WIKI, ricordalo e sei anche un amministratore della stessa!)
mercoledì, novembre 09, 2005
Repubblica parla di signoraggio: IL POPOLO DORME!
da Repubblica.it
Affari & Finanza > RAPPORTO / ASSICURAZIONI
PRIMO PIANO pag. 10
OLTRE IL GIARDINO
La crisi secondo Berlusconi? Tutta colpa dell’euro di Prodi
di ALBERTO STATERA
L'ordine di scuderia è già operativo. La campagna elettorale della Casa delle Libertà per le politiche dell'aprile 2006 s'impernierà sulla "devastazione" dell' euro, di cui è colpevole il Centrosinistra. L'Italia non è più competitiva? Il Pil langue? I prezzi sono aumentati del doppio? I consumi stagnano? La gente non arriva alla fine del mese? Colpa dell'euro e di chi lo volle, fortemente lo volle. Cioè Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi.
Dopo anni di promesse mancate, di contratti con gli italiani disattesi, di figuracce internazionali, di leggi ad personam, di oscuri affari di famiglia, gli slogan puerili alla "meno tasse per tutti" servono ormai soltanto per le barzellette. Così gli spin doctor del premier uscente, tra i quali sembra sia stato nuovamente reclutato Luigi Crespi, quello in bancarotta che si vanta di aver inventato il contratto con gli italiani siglato sulla lavagnetta di Vespa, hanno scelto slogan "anti", invece che "pro". Al "sogno" berlusconiano non crede neanche più lui, se mai l'ha fatto, come potrebbero più berlo gli elettori dopo quasi un lustro di delusioni? Così, dopo gran ruminare, le teste d'uovo hanno deciso che sullo slogan dei "comunisti" che svuoteranno ancor di più le tasche degli italiani si può giocare la partita elettorale, impapocchiando una campagna mediatica di forte impatto ad uso degli elettori meno avvertiti.
E' vero che è arrivato dopo il senatore Schifani, ma Giulio Tremonti, cui piace fare il primo della classe, ha già lanciato alla grande il tema dell'euroassassino la settimana scorsa a "Ballarò". Saltando di capra in cavoli, senza che nessuno lo interrogasse in proposito, si è lanciato in una denuncia accorata dei danni della moneta unica e in una perorazione della sua vecchia proposta di creare una moneta cartacea da un euro, secondo l'idea nata nel 2002 in una gita in bicicletta con Umberto Bossi da San Candido a Lienz ("42 chilometri!", raccontò "La Padania" paragonandoli a Mao nuotatore nel fiume). Ma ai due spiegarono subito che, a parte i costi per il ritiro delle monete circolanti e gli anni per la predisposizione delle nuove, il Tesoro avrebbe perso alcune centinaia di milioni di euro di "diritti di signoraggio", il provento che le banche centrali realizzano nell'emissione di moneta, a vantaggio della Banca centrale europea.
La performance di Tremonti è comunque lo squillo di tromba, il leit motiv della campagna elettorale. Allora sarà bene che i prossimi avversari televisivi del ministro stesso, del senatore Schifani, del premier e di tutti quelli che si accoderanno sull'euroassassino si muniscano di un aureo libretto di Guido Alborghetti ("Il libro nero del governo Berlusconi"Nutrimenti editore) e mandino a memoria tre o quattro piccoli fatti incontestabili che vi sono citati: 1. Un decreto legge del ministro Tremonti raddoppiò dal primo gennaio 2002 la puntata della giocata minima al Lotto, portandola da mille lire a un euro, cioè 1936,27 lire, affermandone ufficialmente l'equivalenza, senza che alcuno battesse ciglio, tanto meno la task force antiaumento dei prezzi presieduta dal sottosegretario Paolo Bonaiuti; 2. Dalla stessa data il sindaco di Milano Albertini aumentò il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici di trasporto da 1500 lire a un euro (+30 per cento); 3. Il caroeuro ha regalato proprio a Tremonti 6 miliardi di euro di maggiori incassi per Iva e imposte indirette, più o meno l'ammontare della "riduzione delle tasse" della Finanziaria 2004; 4. Senza l'euro avremmo pagato cinque punti di differenziale dei tassi e il costo degli interessi sul debito sarebbe balzato a 80 miliardi di euro, una cifra incommensurabile.
[nota mia: matematicamente sarà anche così ma perché non diciamo che IL DEBITO PUBBLICO E' UN SOPPRUSO DEI BANKIERI INTERNAZIONALI che emettono moneta senza la VERA AUTORITA' di farlo?!]
Ergo, con l'euro, Tremonti, Crespi e i loro soci forniscono un ottimo slogan al Centrosinistra: "Grazie Prodi, grazie Ciampi!"
a. statera@ repubblica.it
venerdì, ottobre 07, 2005
Euro Dollaro Lira (di Nicola Zitara)
fonte:
www.eleaml.altervista.org/nicola/economia/euro_contro_dollaro.html
Euro Dollaro Lira (Siderno, 10 giugno 2005)
• Non tutte le banche sono eguali. Ce n’è una più eguale delle altre, la quale si chiama ‘banca d’emissione’, detta anche banca centrale. La sua pubblica funzione sta nel potere esclusivo di stampare banconote (la moneta) su una carta speciale detta filigranata. L’argomento è noto. Tuttavia se qualcuno vuole ripassarselo, può farlo con la spesa compresa di 3 euro, comprando la cassetta del film di Totò e Peppino, “La banda degli onesti”.
• Le banconote non sono altro che carta stampata, ma la banca d’emissione, che le mette in circolazione, fornendole alle altre banche (e quindi ai privati) e al ministero del tesoro, non le regala. Le presta soltanto, e a interesse. In due parole, bisogna restituirgliele (con gli interessi). Per il ministro del tesoro la restituzione non è poi tanto difficile. Lo fa con i soldi incassati dai contribuenti.
• Per i privati, invece, è sempre parecchio penoso ripagare la banca ,che a sua volta è in debito con la banca d’emissione. Infatti, chiunque di noi, per ottenere il danaro necessario per farlo, deve dare qualcosa: o il lavoro o un bene; cose che hanno un valore ben maggiore della carta filigranata.
• Insomma, quando il danaro torna alla banca d’emissione è come se essa incassasse il lavoro e i beni che la gente ha scambiato per ottenere le banconote. Nelle nostre mani il danaro, benché carta, vale, e vale parecchio. Solo un pazzo accenderebbe il sigaro con una carta da 100 ero, come si è visto fare qualche volta con i dollari nei film americani.
• Quando le banconote tornano alla banca d’emissione, essa provvede a bruciarle, perché sono tornate a essere carta, benché carta di qualità superiore. Se la banca d’emissione non fosse, per legge, un ente disinteressato, in qualunque parte del mondo sarebbe sicuramente la persona più ricca della nazione. Non era così in passato. Per esempio il Banco di Napoli era ricco e la Banca d’Italia (banca centrale) povera. Ma poi il mondo è cambiato. Oggi la quantità di moneta in circolazione è enorme.
• L’oro esistente non sarebbe sufficiente agli scambi neppure in India, dove ogni famiglia possiede dell’oro e i maragià lo accumulano in stanze blindate. I prezzi precipiterebbero, ma pochi avrebbero l’oro necessario per fare la spesa. Per fortuna non siamo più al tempo della famiglia contadina che mangiava quel che aveva prodotto, e della famiglia padronale che mangiava quel che avevano prodotto i coloni. Adesso tutto il consumo si realizza attraverso gli scambi monetari. Nessuno più si fa ‘il pane di casa’, con la farina ricavata dal grano prodotto nel proprio campicello. Nessuno, dovendo raccogliere le olive, chiede a prestito cinque giornate di lavoro, che restituirà al tempo della vendemmia. Insomma, pronta cassa contro beni e servizi.
• Un tempo le banconote non esistevano. Circolavano monete d’oro o d’argento, e spezzato di rame o di bronzo. Anche gli scambi internazionali avvenivano in oro. Se il Regno di Napoli comprava cotonine in Inghilterra, pagava con esportazioni d’olio, e pareggiava l’eventuale differenza consegnando oro alla Banca d’Inghilterra.
• L’oro e l’argento sono scomparsi dalla circolazione interna delle nazioni al tempo della Prima Guerra Mondiale, e come mezzo internazionale di pagamento durante la Seconda Guerra Mondiale, allorché l’oro esistente nel Regno Unito, in Francia e altrove fu interamente assorbito dagli Stati Uniti d’America, in pagamento delle forniture belliche.
• Nel 1944, gli Usa si proclamarono banchieri internazionali, promettendo di corrispondere un’oncia d’oro a chiunque versasse al loro tesoro 36 dollari in banconote. Da allora quasi tutti i pagamenti internazionali avvengono in dollari. Se l’Italia compra petrolio in Arabia Saudita, o calze in Cina, o automobili in Giappone, o gomma in Vietnam, paga in dollari. I dollari in circolazione nel mondo sono almeno quaranta volte il debito pubblico USA, cioè circa ventimila miliardi di dollari.
• Per ottenere questi dollari, gli altri popoli hanno dato beni e servizi agli americani. Formaggio, prosciutto, mozzarelle, pasta Voiello, vino Chianti, cravatte, scarpe, petrolio, automobili, diamanti, uranio, rame, caffè, cacao, banane, droga, emigrati, proprietà immobiliari, territori in concessione, etc. Insomma, come banca d’emissione gli USA non sono disinteressati. Una parte consistente della loro carta non torna in America e non viene pagata con l’uscita di merci e servizi a favore di altri popoli. Resta in giro per il mondo. E la parte che tornerà, acquisterà molto meno di quando è uscita, perché nel frattempo si sarà svalutata. Un’oncia d’oro non si compra più con 36 dollari, ma ce ne vogliono 400. Già nel 1868, Carlo De Cesare, un uomo illustre a suoi tempi, lamentava che l’Italia unita aveva sostituito un modo di carta al mondo reale.
• La stessa cosa, oggi, a livello globale, perché la carta USA, il dollaro, non è più convertibile in oro, dopo che nel 1971 Nixon decretò la sua inconvertibilità. Un autentico saccheggio dell’altrui proprietà e in sostanza del lavoro internazionale.
• Al di là della retorica ciampica e prodista, la nascita dell’euro va collegata all’arroganza del dollaro, configuratosi come una tassa sui paesi utilizzatori nel commercio internazionale. Si sa che il primo guadagno è il risparmio. Per le grandi potenze europee, già il non dovere acquistare dollari, per poter commerciare fra loro, era un sicuro risparmio. Cosicché, scomparsa l’URSS dalla scena militare e ridotta di molto la dipendenza dai bombardieri americani per l’ eventuale difesa, esse si sono emancipate, creando una moneta unica da impiegare nei loro rapporti reciproci.
• Certo, adesso i cittadini di una decina di paesi europei, quando scambiano merci e servizi fra loro non pagano il solito tributo agli Usa, ma solo il signoraggio alla banca centrale di Francoforte, che ha preso il posto del signoraggio delle vecchie banche centrali nazionali, costituito dal tasso di sconto che la banca d’emissione pretende dalle altre banche per fornirle di carta monetaria. Si badi, però, a un aspetto alquanto importante della cosa: come tutte le banche centrali, anche la Banca d’Europa è indipendente dai governi.
• Si tratta di una tradizione consolidata, di una legge spesso non scritta, ma sempre osservata, che risale alla restaurazione (1815) dinastica seguita alle guerre napoleoniche, allorché alle banche centrali del Regno Unito e della Francia venne affidato il compito di ricostruire i sistemi monetari sconvolti dall’inflazione bellica di carta. Questa legge pretende che in ogni Stato ci siano due governi, entrambi sovrani e fra loro in regime non sempre concordatario: il governo politico della società, tripartito in legislativo, esecutivo e giudiziario, e il governo della moneta, affidato al banchiere centrale, il quale è come se fosse il papa di coloro che lavorano con i soldi, cioè le banche e i capitalisti finanziari (nazionali).
• Con la creazione della Banca d’Europa la regola è saltata. La classica divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato costituzionale e nazionale, che uscì dalla Rivoluzione francese, è divenuta pura retorica. E’ come se due dei tre poteri, il legislativo e l’esecutivo, siano sospesi sine die. Al loro posto c’è un unico soggetto sovrano, la Banca.
• Come facevano i Romani nei momenti difficili, è stato nominato un dittatore, il quale non risponde dei suoi atti a nessuno, né al popolo né ai governi. La banca centrale è stata eretta a supergoverno europeo e collocata al di sopra della sovranità politica. Forse si può sospettare anche peggio: la sovranità politica non viene creata per lasciare il vero potere in mano alla banca d’emissione (europea).
• Con l’euro, il governo è uno solo, il governo dei capitalisti finanziari. Lo si vede a occhio nudo. Basta confrontare la capitalizzazione in borsa delle società finanziarie e delle banche che è cresciuta incredibilmente tra il 1997 e il 2004.
• Ma la classe dei finanzieri europei vorrebbe dell’altro. Per esempio sostituire almeno in parte il dollaro come moneta che non torna a casa. La politica necessaria, in vista di tale risultato, è la stabilità del cambio con il dollaro, e magari, come sta avvenendo, un cambio favorevole. E’ probabile che a Francoforte, sede della Banca d’emissione comunitaria, si aspetti il giorno non lontano in cui gli euro saranno accettati dai paesi petroliferi e dagli altri fornitori mondiali, e che circoleranno per il mondo in tale quantità che l’Europa possa incassare il signoraggio che spetta a chi batte moneta.
• Secondo i capitalisti finanziari il nemico principale della stabilità monetaria è la fame della gente, la propensione dei poveri a spendere quel poco che ottengono dal proprio lavoro. L’ideale sarebbe che tutti lasciassero in banca i loro ricavi, in modo che la speculazione potesse disporre di ingenti risorse per i suoi affari. (Tra parentesi si può aggiungere che il sistema liberista pretenderebbe anche un’altra cosa, e cioè che a riscuotere un salario fossero soltanto i lavoratori stranieri).
• Un modo perché i poveri non spendano, è impoverirli ulteriormente. E’ quel che è avvenuto con l’introduzione dell’euro e sta ancora avvenendo. I prezzi volano in tutta l’area dell’euro, e non c’è libera concorrenza che riesca a stopparli. Personalmente non so come la Banca d’Europa abbia fatto. La verità non si dice e non si riesce a intuirla. E’ possibile che l’euro sia stato emesso in misura eccessiva, con l’esito d’inflazionare l’economia. Ma non è certo. Ciò che è certo e chiaro è l’avanzata degli scettici e dei nemici dell’euro.
• Per l’economia capitalistica la speculazione finanziaria è piuttosto un ingombro che un vantaggio. Lucra sulla produzione, ma si guarda bene dallo stimolarla. Come dire: vive di rendite. Tuttavia la finanza funziona attraverso apparati, che creano lavoro e ricchezza nei luoghi dove ha sede. Uno di questi luoghi è Milano, dove prima la speculazione italiana succhiava miele da tutto il paese e poi è stata parzialmente emarginata da Francoforte.
• Se lo stronzobossista Maroni invoca il ritorno alla lira non è certo perché ami i poveri, i quali peraltro non riavrebbero dal ritorno alla lira quel che hanno già perduto con l’euro, ma per il voto dei milanesi, che con una nuova lira si farebbero un altro vestito nuovo.
• Una cosa del genere non va però a favore dei meridionali, i quali continuano a pagare, come tutti, il signoraggio che spetta al dollaro e il signoraggio che spetta all’euro. Un terzo signoraggio, questo a favore della Toacopadana, che dico poso, se dico che a questo punto ci ha rotto …e rotto senza fine.
• 10 giugno 1940 – Data che non viene celebrata dalla spocchia toscopadana. Essa corrisponde alla pugnalata alla schiena che l’Italia fascista (toscopadana) inferse alla Francia vinta e piegata da Hitler e quasi interamente occupata dalle sue armate. Fu il secondo dei tradimenti toscopadani alla Francia, che nel 1859 aveva immolato più di ventimila uomini – più dei morti piemontesi - per dare a Cavour il Lombardo-Veneto.
Nicola Zitara
www.eleaml.altervista.org/nicola/economia/euro_contro_dollaro.html
Euro Dollaro Lira (Siderno, 10 giugno 2005)
• Non tutte le banche sono eguali. Ce n’è una più eguale delle altre, la quale si chiama ‘banca d’emissione’, detta anche banca centrale. La sua pubblica funzione sta nel potere esclusivo di stampare banconote (la moneta) su una carta speciale detta filigranata. L’argomento è noto. Tuttavia se qualcuno vuole ripassarselo, può farlo con la spesa compresa di 3 euro, comprando la cassetta del film di Totò e Peppino, “La banda degli onesti”.
• Le banconote non sono altro che carta stampata, ma la banca d’emissione, che le mette in circolazione, fornendole alle altre banche (e quindi ai privati) e al ministero del tesoro, non le regala. Le presta soltanto, e a interesse. In due parole, bisogna restituirgliele (con gli interessi). Per il ministro del tesoro la restituzione non è poi tanto difficile. Lo fa con i soldi incassati dai contribuenti.
• Per i privati, invece, è sempre parecchio penoso ripagare la banca ,che a sua volta è in debito con la banca d’emissione. Infatti, chiunque di noi, per ottenere il danaro necessario per farlo, deve dare qualcosa: o il lavoro o un bene; cose che hanno un valore ben maggiore della carta filigranata.
• Insomma, quando il danaro torna alla banca d’emissione è come se essa incassasse il lavoro e i beni che la gente ha scambiato per ottenere le banconote. Nelle nostre mani il danaro, benché carta, vale, e vale parecchio. Solo un pazzo accenderebbe il sigaro con una carta da 100 ero, come si è visto fare qualche volta con i dollari nei film americani.
• Quando le banconote tornano alla banca d’emissione, essa provvede a bruciarle, perché sono tornate a essere carta, benché carta di qualità superiore. Se la banca d’emissione non fosse, per legge, un ente disinteressato, in qualunque parte del mondo sarebbe sicuramente la persona più ricca della nazione. Non era così in passato. Per esempio il Banco di Napoli era ricco e la Banca d’Italia (banca centrale) povera. Ma poi il mondo è cambiato. Oggi la quantità di moneta in circolazione è enorme.
• L’oro esistente non sarebbe sufficiente agli scambi neppure in India, dove ogni famiglia possiede dell’oro e i maragià lo accumulano in stanze blindate. I prezzi precipiterebbero, ma pochi avrebbero l’oro necessario per fare la spesa. Per fortuna non siamo più al tempo della famiglia contadina che mangiava quel che aveva prodotto, e della famiglia padronale che mangiava quel che avevano prodotto i coloni. Adesso tutto il consumo si realizza attraverso gli scambi monetari. Nessuno più si fa ‘il pane di casa’, con la farina ricavata dal grano prodotto nel proprio campicello. Nessuno, dovendo raccogliere le olive, chiede a prestito cinque giornate di lavoro, che restituirà al tempo della vendemmia. Insomma, pronta cassa contro beni e servizi.
• Un tempo le banconote non esistevano. Circolavano monete d’oro o d’argento, e spezzato di rame o di bronzo. Anche gli scambi internazionali avvenivano in oro. Se il Regno di Napoli comprava cotonine in Inghilterra, pagava con esportazioni d’olio, e pareggiava l’eventuale differenza consegnando oro alla Banca d’Inghilterra.
• L’oro e l’argento sono scomparsi dalla circolazione interna delle nazioni al tempo della Prima Guerra Mondiale, e come mezzo internazionale di pagamento durante la Seconda Guerra Mondiale, allorché l’oro esistente nel Regno Unito, in Francia e altrove fu interamente assorbito dagli Stati Uniti d’America, in pagamento delle forniture belliche.
• Nel 1944, gli Usa si proclamarono banchieri internazionali, promettendo di corrispondere un’oncia d’oro a chiunque versasse al loro tesoro 36 dollari in banconote. Da allora quasi tutti i pagamenti internazionali avvengono in dollari. Se l’Italia compra petrolio in Arabia Saudita, o calze in Cina, o automobili in Giappone, o gomma in Vietnam, paga in dollari. I dollari in circolazione nel mondo sono almeno quaranta volte il debito pubblico USA, cioè circa ventimila miliardi di dollari.
• Per ottenere questi dollari, gli altri popoli hanno dato beni e servizi agli americani. Formaggio, prosciutto, mozzarelle, pasta Voiello, vino Chianti, cravatte, scarpe, petrolio, automobili, diamanti, uranio, rame, caffè, cacao, banane, droga, emigrati, proprietà immobiliari, territori in concessione, etc. Insomma, come banca d’emissione gli USA non sono disinteressati. Una parte consistente della loro carta non torna in America e non viene pagata con l’uscita di merci e servizi a favore di altri popoli. Resta in giro per il mondo. E la parte che tornerà, acquisterà molto meno di quando è uscita, perché nel frattempo si sarà svalutata. Un’oncia d’oro non si compra più con 36 dollari, ma ce ne vogliono 400. Già nel 1868, Carlo De Cesare, un uomo illustre a suoi tempi, lamentava che l’Italia unita aveva sostituito un modo di carta al mondo reale.
• La stessa cosa, oggi, a livello globale, perché la carta USA, il dollaro, non è più convertibile in oro, dopo che nel 1971 Nixon decretò la sua inconvertibilità. Un autentico saccheggio dell’altrui proprietà e in sostanza del lavoro internazionale.
• Al di là della retorica ciampica e prodista, la nascita dell’euro va collegata all’arroganza del dollaro, configuratosi come una tassa sui paesi utilizzatori nel commercio internazionale. Si sa che il primo guadagno è il risparmio. Per le grandi potenze europee, già il non dovere acquistare dollari, per poter commerciare fra loro, era un sicuro risparmio. Cosicché, scomparsa l’URSS dalla scena militare e ridotta di molto la dipendenza dai bombardieri americani per l’ eventuale difesa, esse si sono emancipate, creando una moneta unica da impiegare nei loro rapporti reciproci.
• Certo, adesso i cittadini di una decina di paesi europei, quando scambiano merci e servizi fra loro non pagano il solito tributo agli Usa, ma solo il signoraggio alla banca centrale di Francoforte, che ha preso il posto del signoraggio delle vecchie banche centrali nazionali, costituito dal tasso di sconto che la banca d’emissione pretende dalle altre banche per fornirle di carta monetaria. Si badi, però, a un aspetto alquanto importante della cosa: come tutte le banche centrali, anche la Banca d’Europa è indipendente dai governi.
• Si tratta di una tradizione consolidata, di una legge spesso non scritta, ma sempre osservata, che risale alla restaurazione (1815) dinastica seguita alle guerre napoleoniche, allorché alle banche centrali del Regno Unito e della Francia venne affidato il compito di ricostruire i sistemi monetari sconvolti dall’inflazione bellica di carta. Questa legge pretende che in ogni Stato ci siano due governi, entrambi sovrani e fra loro in regime non sempre concordatario: il governo politico della società, tripartito in legislativo, esecutivo e giudiziario, e il governo della moneta, affidato al banchiere centrale, il quale è come se fosse il papa di coloro che lavorano con i soldi, cioè le banche e i capitalisti finanziari (nazionali).
• Con la creazione della Banca d’Europa la regola è saltata. La classica divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato costituzionale e nazionale, che uscì dalla Rivoluzione francese, è divenuta pura retorica. E’ come se due dei tre poteri, il legislativo e l’esecutivo, siano sospesi sine die. Al loro posto c’è un unico soggetto sovrano, la Banca.
• Come facevano i Romani nei momenti difficili, è stato nominato un dittatore, il quale non risponde dei suoi atti a nessuno, né al popolo né ai governi. La banca centrale è stata eretta a supergoverno europeo e collocata al di sopra della sovranità politica. Forse si può sospettare anche peggio: la sovranità politica non viene creata per lasciare il vero potere in mano alla banca d’emissione (europea).
• Con l’euro, il governo è uno solo, il governo dei capitalisti finanziari. Lo si vede a occhio nudo. Basta confrontare la capitalizzazione in borsa delle società finanziarie e delle banche che è cresciuta incredibilmente tra il 1997 e il 2004.
• Ma la classe dei finanzieri europei vorrebbe dell’altro. Per esempio sostituire almeno in parte il dollaro come moneta che non torna a casa. La politica necessaria, in vista di tale risultato, è la stabilità del cambio con il dollaro, e magari, come sta avvenendo, un cambio favorevole. E’ probabile che a Francoforte, sede della Banca d’emissione comunitaria, si aspetti il giorno non lontano in cui gli euro saranno accettati dai paesi petroliferi e dagli altri fornitori mondiali, e che circoleranno per il mondo in tale quantità che l’Europa possa incassare il signoraggio che spetta a chi batte moneta.
• Secondo i capitalisti finanziari il nemico principale della stabilità monetaria è la fame della gente, la propensione dei poveri a spendere quel poco che ottengono dal proprio lavoro. L’ideale sarebbe che tutti lasciassero in banca i loro ricavi, in modo che la speculazione potesse disporre di ingenti risorse per i suoi affari. (Tra parentesi si può aggiungere che il sistema liberista pretenderebbe anche un’altra cosa, e cioè che a riscuotere un salario fossero soltanto i lavoratori stranieri).
• Un modo perché i poveri non spendano, è impoverirli ulteriormente. E’ quel che è avvenuto con l’introduzione dell’euro e sta ancora avvenendo. I prezzi volano in tutta l’area dell’euro, e non c’è libera concorrenza che riesca a stopparli. Personalmente non so come la Banca d’Europa abbia fatto. La verità non si dice e non si riesce a intuirla. E’ possibile che l’euro sia stato emesso in misura eccessiva, con l’esito d’inflazionare l’economia. Ma non è certo. Ciò che è certo e chiaro è l’avanzata degli scettici e dei nemici dell’euro.
• Per l’economia capitalistica la speculazione finanziaria è piuttosto un ingombro che un vantaggio. Lucra sulla produzione, ma si guarda bene dallo stimolarla. Come dire: vive di rendite. Tuttavia la finanza funziona attraverso apparati, che creano lavoro e ricchezza nei luoghi dove ha sede. Uno di questi luoghi è Milano, dove prima la speculazione italiana succhiava miele da tutto il paese e poi è stata parzialmente emarginata da Francoforte.
• Se lo stronzobossista Maroni invoca il ritorno alla lira non è certo perché ami i poveri, i quali peraltro non riavrebbero dal ritorno alla lira quel che hanno già perduto con l’euro, ma per il voto dei milanesi, che con una nuova lira si farebbero un altro vestito nuovo.
• Una cosa del genere non va però a favore dei meridionali, i quali continuano a pagare, come tutti, il signoraggio che spetta al dollaro e il signoraggio che spetta all’euro. Un terzo signoraggio, questo a favore della Toacopadana, che dico poso, se dico che a questo punto ci ha rotto …e rotto senza fine.
• 10 giugno 1940 – Data che non viene celebrata dalla spocchia toscopadana. Essa corrisponde alla pugnalata alla schiena che l’Italia fascista (toscopadana) inferse alla Francia vinta e piegata da Hitler e quasi interamente occupata dalle sue armate. Fu il secondo dei tradimenti toscopadani alla Francia, che nel 1859 aveva immolato più di ventimila uomini – più dei morti piemontesi - per dare a Cavour il Lombardo-Veneto.
Nicola Zitara
lunedì, ottobre 03, 2005
Stanley Fischer, ottavo Governatore della Banca Centrale israeliana
da Israele.net
03-10-2005
La rivoluzione silenziosa del nuovo Governatore della Banca Centrale d’Israele
Il “periodo di grazia” di cento giorni è ormai terminato. Nel suo primo trimestre in carica il Professor Stanley Fischer [n.d.w. nota1], ottavo Governatore della Banca Centrale israeliana, ha ottenuto un consenso pressoché unanime.
Fischer è attualmente l’economista numero uno, il più influente in Israele. È infatti riuscito a compiere nelle prime due settimane in carica, ciò che il suo predecessore, il Dott. David Klein, non era riuscito a realizzare in cinque anni, ovvero risollevare la Banca d’Israele. Nessuna decisione economica può essere presa senza previa consultazione con Fischer e la sua squadra. Il ruolo del Governatore è inoltre stato essenziale nell’adozione dei seguenti provvedimenti: riduzione dell’IVA in due tranche, ognuna dello 0,5%; realizzazione di uno studio di fattibilità sull’introduzione di un’imposta negativa sul reddito; decisione in merito al livello di commissioni di sottoscrizione per fondi di previdenza e fondi comuni d’investimento; cancellazione del piano di vendita di opzioni per la privatizzazione della Banca Leumi e sua sostituzione con la cessione del pacchetto di maggioranza.
Fin dal primo istante, Fischer non si è mai tirato indietro davanti ai gravi problemi che avvelenavano l’atmosfera all’interno della stessa Banca Centrale e le relazioni della Banca con il Ministero delle Finanze e con l’Ufficio del Primo Ministro. Il Governatore ha subito nominato un nuovo direttore generale e un nuovo responsabile delle Risorse Umane provenienti dal settore privato; inoltre il portavoce della banca, Gabi Fishman, è stato promosso Direttore Generale, carica che esiste in ogni banca centrale del mondo; un nuovo portavoce quindi sarà nominato a breve.
Sul piano politico, Fischer si è concentrato in particolare sulla Legge che regola la Banca Centrale. Tale mossa ha ottenuto la collaborazione del Primo Ministro, Ariel Sharon, dell’ex Ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, e del suo successore, Ehud Olmert, a differenza di quanto avvenuto negli ultimi vent’anni, durante i quali i Primi Ministri e i Ministri delle Finanze ostacolavano l’adozione di nuove regole. Al Ministero delle Finanze, alcuni ritengono che la Banca Centrale dovrebbe seguire le sue direttive, ma negli ambienti vicini al Primo Ministro si riconosce l’esigenza di preservare l’assoluta indipendenza della Banca Centrale.
La nuova legge che regola la Banca Centrale d’Israele sarà presto presentata al governo per l’approvazione. La nuova legge prevede che vengano formate due commissioni: una monetaria guidata dal Governatore, e una amministrativa incaricata delle risorse umane e delle retribuzioni, che sarà invece guidata da un professionista esterno di rilievo. Il Governatore avrà la carica di presidente, proprio come in una società commerciale. La struttura organizzativa continuerà invece a prevedere la carica di due vice-governatori.
Terzo obiettivo dell’attività di Fischer è la politica monetaria. Il Governatore ha infatti raccolto i frutti della politica condotta dai suoi due diretti predecessori, Frenkel e Klein, e dal vice governatore Meir Sokoler, che ha ricoperto la carica di presidente ad interim nel periodo immediatamente precedente il suo arrivo.
La linea di Fischer in politica monetaria, secondo le dichiarazioni pubbliche e i resoconti dei funzionari che hanno preso parte al dibattito interno, punta alla stabilizzazione dei prezzi e a mantenere l’inflazione in una fascia compresa fra l’1 e il 3%, con uno scarto di +/- 1% rispetto a tale obiettivo. La Banca Centrale d’Israele mira al 2%. In 5 degli ultimi 6 anni, fatta eccezione per il 2002, a causa dell’errore di abbassare i tassi di interessi del 2% la Banca non è mai riuscita a raggiungere il target di inflazione.
Fischer non ha fretta di alzare i tassi di interesse per diverse ragioni.
Da quando Fischer ha assunto la carica, i settori commerciale e bancario godono di un maggior margine di sicurezza e la gente, avendo recepito il messaggio, tende a evitare misure speculative. Le decisioni sui tassi d’interesse sono inoltre più chiare e concise di un tempo e contengono indicazioni sulla politica futura, mentre le spiegazioni dei predecessori di Fischer si dilungavano su oltre tre pagine.
Sono altresì cessate le diatribe fra i funzionari del Ministero delle Finanze e il top management della Banca grazie al sicuro stile manageriale di Yossi Bachar, direttore generale del Ministero delle Finanze. Nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato, due anni fa l’allora Direttore Generale, Ohad Marani, e il responsabile delle retribuzioni, Yuval Rachlevsky, trascinarono Klein alla Corte Suprema di Giustizia.
Fischer ha inserito la politica sociale all’ordine del giorno, appoggiato in questo dal Primo Ministro. I membri della Knesset e gli attivisti delle problematiche sociali che hanno incontrato Fischer sostengono che tale tematica viene sollevata in ogni incontro. Fischer ha incoraggiato la sezione di ricerca della Banca a formulare proposte politiche al riguardo. Dietro richiesta dell’attuale Ministro delle Finanze, Ehud Olmert, i rappresentanti della Banca d’Israele, Karnit Flug, Michel Strawczynski e Adi Brender, sono entrati a far parte della nuova commissione guidata da Bachar incaricata di suggerire delle soluzioni politiche atte a ridurre il livello di povertà. La Banca d’Israele ha oggi il più alto numero di economisti esperti in politica sociale.
Altro punto chiave della politica di Fischer è l’istituzione di un metodo di lavoro interno volto ad evitare fughe di notizie nel corso di incontri del management. Fischer è inoltre riuscito a ridare smalto alla Sezione di Ricerca, anche grazie alla pubblicazione di un’unica relazione, invece delle sette che venivano solitamente rilasciate dai vari dipartimenti. Fra gli autori delle relazioni, anche economisti di altri dipartimenti, in particolare quello monetario e di vigilanza bancaria.
In linea con la migliore tradizione americana, Fischer è rigido in fatto di posizioni gerarchiche. Sokoler si occupa della legge di regolamentazione della Banca. A differenza del suo predecessore Klein che isolava il suo vice, il Prof. Avia Spivak, Fischer ha invece conferito a quest’ultimo, noto economista specializzato in politica sociale e pensioni, poteri analoghi a quelli di un vice governatore.
Il Governatore mantiene buoni rapporti con la stampa e i media, ma le sue apparizioni in pubblico per interviste o conferenze sono rare: altro aspetto in contrasto con quello dei suoi due predecessori che godevano di grande visibilità.
(Zeev Klein su: Globes, 6.09.05)
03-10-2005
La rivoluzione silenziosa del nuovo Governatore della Banca Centrale d’Israele
Il “periodo di grazia” di cento giorni è ormai terminato. Nel suo primo trimestre in carica il Professor Stanley Fischer [n.d.w. nota1], ottavo Governatore della Banca Centrale israeliana, ha ottenuto un consenso pressoché unanime.
Fischer è attualmente l’economista numero uno, il più influente in Israele. È infatti riuscito a compiere nelle prime due settimane in carica, ciò che il suo predecessore, il Dott. David Klein, non era riuscito a realizzare in cinque anni, ovvero risollevare la Banca d’Israele. Nessuna decisione economica può essere presa senza previa consultazione con Fischer e la sua squadra. Il ruolo del Governatore è inoltre stato essenziale nell’adozione dei seguenti provvedimenti: riduzione dell’IVA in due tranche, ognuna dello 0,5%; realizzazione di uno studio di fattibilità sull’introduzione di un’imposta negativa sul reddito; decisione in merito al livello di commissioni di sottoscrizione per fondi di previdenza e fondi comuni d’investimento; cancellazione del piano di vendita di opzioni per la privatizzazione della Banca Leumi e sua sostituzione con la cessione del pacchetto di maggioranza.
Fin dal primo istante, Fischer non si è mai tirato indietro davanti ai gravi problemi che avvelenavano l’atmosfera all’interno della stessa Banca Centrale e le relazioni della Banca con il Ministero delle Finanze e con l’Ufficio del Primo Ministro. Il Governatore ha subito nominato un nuovo direttore generale e un nuovo responsabile delle Risorse Umane provenienti dal settore privato; inoltre il portavoce della banca, Gabi Fishman, è stato promosso Direttore Generale, carica che esiste in ogni banca centrale del mondo; un nuovo portavoce quindi sarà nominato a breve.
Sul piano politico, Fischer si è concentrato in particolare sulla Legge che regola la Banca Centrale. Tale mossa ha ottenuto la collaborazione del Primo Ministro, Ariel Sharon, dell’ex Ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, e del suo successore, Ehud Olmert, a differenza di quanto avvenuto negli ultimi vent’anni, durante i quali i Primi Ministri e i Ministri delle Finanze ostacolavano l’adozione di nuove regole. Al Ministero delle Finanze, alcuni ritengono che la Banca Centrale dovrebbe seguire le sue direttive, ma negli ambienti vicini al Primo Ministro si riconosce l’esigenza di preservare l’assoluta indipendenza della Banca Centrale.
La nuova legge che regola la Banca Centrale d’Israele sarà presto presentata al governo per l’approvazione. La nuova legge prevede che vengano formate due commissioni: una monetaria guidata dal Governatore, e una amministrativa incaricata delle risorse umane e delle retribuzioni, che sarà invece guidata da un professionista esterno di rilievo. Il Governatore avrà la carica di presidente, proprio come in una società commerciale. La struttura organizzativa continuerà invece a prevedere la carica di due vice-governatori.
Terzo obiettivo dell’attività di Fischer è la politica monetaria. Il Governatore ha infatti raccolto i frutti della politica condotta dai suoi due diretti predecessori, Frenkel e Klein, e dal vice governatore Meir Sokoler, che ha ricoperto la carica di presidente ad interim nel periodo immediatamente precedente il suo arrivo.
La linea di Fischer in politica monetaria, secondo le dichiarazioni pubbliche e i resoconti dei funzionari che hanno preso parte al dibattito interno, punta alla stabilizzazione dei prezzi e a mantenere l’inflazione in una fascia compresa fra l’1 e il 3%, con uno scarto di +/- 1% rispetto a tale obiettivo. La Banca Centrale d’Israele mira al 2%. In 5 degli ultimi 6 anni, fatta eccezione per il 2002, a causa dell’errore di abbassare i tassi di interessi del 2% la Banca non è mai riuscita a raggiungere il target di inflazione.
Fischer non ha fretta di alzare i tassi di interesse per diverse ragioni.
Da quando Fischer ha assunto la carica, i settori commerciale e bancario godono di un maggior margine di sicurezza e la gente, avendo recepito il messaggio, tende a evitare misure speculative. Le decisioni sui tassi d’interesse sono inoltre più chiare e concise di un tempo e contengono indicazioni sulla politica futura, mentre le spiegazioni dei predecessori di Fischer si dilungavano su oltre tre pagine.
Sono altresì cessate le diatribe fra i funzionari del Ministero delle Finanze e il top management della Banca grazie al sicuro stile manageriale di Yossi Bachar, direttore generale del Ministero delle Finanze. Nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato, due anni fa l’allora Direttore Generale, Ohad Marani, e il responsabile delle retribuzioni, Yuval Rachlevsky, trascinarono Klein alla Corte Suprema di Giustizia.
Fischer ha inserito la politica sociale all’ordine del giorno, appoggiato in questo dal Primo Ministro. I membri della Knesset e gli attivisti delle problematiche sociali che hanno incontrato Fischer sostengono che tale tematica viene sollevata in ogni incontro. Fischer ha incoraggiato la sezione di ricerca della Banca a formulare proposte politiche al riguardo. Dietro richiesta dell’attuale Ministro delle Finanze, Ehud Olmert, i rappresentanti della Banca d’Israele, Karnit Flug, Michel Strawczynski e Adi Brender, sono entrati a far parte della nuova commissione guidata da Bachar incaricata di suggerire delle soluzioni politiche atte a ridurre il livello di povertà. La Banca d’Israele ha oggi il più alto numero di economisti esperti in politica sociale.
Altro punto chiave della politica di Fischer è l’istituzione di un metodo di lavoro interno volto ad evitare fughe di notizie nel corso di incontri del management. Fischer è inoltre riuscito a ridare smalto alla Sezione di Ricerca, anche grazie alla pubblicazione di un’unica relazione, invece delle sette che venivano solitamente rilasciate dai vari dipartimenti. Fra gli autori delle relazioni, anche economisti di altri dipartimenti, in particolare quello monetario e di vigilanza bancaria.
In linea con la migliore tradizione americana, Fischer è rigido in fatto di posizioni gerarchiche. Sokoler si occupa della legge di regolamentazione della Banca. A differenza del suo predecessore Klein che isolava il suo vice, il Prof. Avia Spivak, Fischer ha invece conferito a quest’ultimo, noto economista specializzato in politica sociale e pensioni, poteri analoghi a quelli di un vice governatore.
Il Governatore mantiene buoni rapporti con la stampa e i media, ma le sue apparizioni in pubblico per interviste o conferenze sono rare: altro aspetto in contrasto con quello dei suoi due predecessori che godevano di grande visibilità.
(Zeev Klein su: Globes, 6.09.05)
Un sarcofago per la banca centrale
da espressonline.it
Un sarcofago per la banca centrale
La rimozione di Fazio: ecco una questione tecnico-ambientale che sta appassionando gli esperti e dividendo l'opinione pubblica
La rimozione e lo smaltimento del governatore Fazio: ecco una questione tecnico-ambientale che sta appassionando gli esperti e dividendo l'opinione pubblica.
Il sistema di carrucole e tiranti allestito dal Genio civile è giudicato del tutto insufficiente, considerato il fatto che, assieme al governatore, si dovrà procedere all'asportazione completa da Palazzo Koch dell'intero Consiglio di Bankitalia, costituito da 13 membri la cui età media (82 anni) richiede particolari accorgimenti, con imballaggi e cautele simili a quelli impiegati per trasferire al British Museum i fregi del Partenone. Un solo membro, il bolognese Stefano Possati, ha meno di sessant'anni. È considerato il teen-ager della Banca centrale, partecipa alle riunioni ascoltando Eminem con il suo I-pod perennemente acceso e si reca spesso in sede sfrecciando con il suo skate-board sui marciapiedi romani, con i jeans a cacarella e il berrettino con la visiera calata sulla nuca. Possati è l'unico dei 13 consiglieri ad avere assicurato di poter scendere autonomamente, sulle sue gambe, le scale di Bankitalia. È anche l'unico a non essere ancora stato operato di prostata, e il regolamento interno di Bankitalia gli vieta, per questa ragione, di votare sulle questioni più importanti. Perciò lo si incontra spesso nel bar sottostante che gioca a videogame.
Ma gli altri? Alcuni non riescono più ad alzarsi dalla poltrona a causa della caratteristica anchilosi del proboviro, una sindrome degenerativa che blocca le articolazioni delle gambe nella postura seduta e salda le ossa del bacino ai braccioli. Vengono nutriti artificialmente e svuotati con un catetere, e si dovrà dunque studiare la maniera di farli scendere dalla finestra, bene assicurati alla loro poltrona, attraverso uno scivolo.
Molto complessa anche la questione del raggiungimento dell'ufficio di Antonio Fazio. La planimetria dell'ambiente ha rivelato ostacoli imprevisti: l'ufficio può essere raggiunto solo percorrendo un lungo cunicolo scavato nella pietra viva, sul modello delle camere funerarie delle piramidi.
Ai lati del cunicolo, in tenebrose nicchie, ci sono gli scheletri dei tecnici della Asl che hanno negato l'agibilità. Una volta entrati nell'ampio e minaccioso salone, sormontato da una fotografia di Padre Pio e da un poster di Amon-Ra, si nota l'enorme scrivania a scomparsa, che viene inghiottita da una botola ogni volta che arriva la richiesta di dimissioni. Accanto, il sarcofago già preparato dal governatore per la sua futura tumulazione, dominato da una paurosa maschera mortuaria, identica al volto attuale di Fazio. È stata ottenuta grazie al calco fedele della fototessera sulla patente. L'effetto dorato, reso celebre dalla maschera di Tutankamon, qui è garantito dalle centinaia di otturazioni dentali in oro che adornano già in vita il volto del sovrano.
Ora: anche ammesso che gli addetti alla rimozione di Fazio riescano a raggiungere l'ufficio, superando i trabocchetti con lance acuminate, le fosse ricolme di scorpioni, serpenti velenosi e direttori di filiale, il problema sarà come sfuggire alla Maledizione che pende sui profanatori del sito sacro. Già si mormora di malori inspiegabili che hanno folgorato banchieri stranieri, a migliaia di chilometri di distanza, dopo una sola interurbana con Fazio (pare che il governatore, quando è in linea con cordate ostili, risponda: "Pronto, chi parlava?"). Chi oserebbe mai penetrare addirittura nel suo ufficio per porgergli direttamente, mettiamo, l'ingiunzione di sfratto? Vigili del fuoco, ufficiali giudiziari, messi di Senato e Camera e perfino corazzieri hanno già fatto sapere di non sentirsi in grado di procedere ad alcun genere di provvedimento restrittivo nei confonti del governatore.
È di fronte a queste difficoltà che prendono corpo, negli ambienti istituzionali, le soluzioni più drastiche e ingegnose. Tra queste, la proposta Tremonti di adottare il metodo Chernobyl, seppellendo Bankitalia (con tutti gli occupanti all'interno) in un gigantesco coperchio di cemento armato e trasferendo la sede a Sondrio, nello storico Palazzo Pizzocchero, capolavoro del Vanvitelli (il geometra lecchese Gino Vanvitelli), attuale sede del Piccolo Credito Valtellinese che assumerebbe dunque il ruolo di banca centrale. La fetta di bresaola (nella pezzatura classica da 15 grammi) sostituirebbe l'euro come valuta corrente.
Un sarcofago per la banca centrale
La rimozione di Fazio: ecco una questione tecnico-ambientale che sta appassionando gli esperti e dividendo l'opinione pubblica
La rimozione e lo smaltimento del governatore Fazio: ecco una questione tecnico-ambientale che sta appassionando gli esperti e dividendo l'opinione pubblica.
Il sistema di carrucole e tiranti allestito dal Genio civile è giudicato del tutto insufficiente, considerato il fatto che, assieme al governatore, si dovrà procedere all'asportazione completa da Palazzo Koch dell'intero Consiglio di Bankitalia, costituito da 13 membri la cui età media (82 anni) richiede particolari accorgimenti, con imballaggi e cautele simili a quelli impiegati per trasferire al British Museum i fregi del Partenone. Un solo membro, il bolognese Stefano Possati, ha meno di sessant'anni. È considerato il teen-ager della Banca centrale, partecipa alle riunioni ascoltando Eminem con il suo I-pod perennemente acceso e si reca spesso in sede sfrecciando con il suo skate-board sui marciapiedi romani, con i jeans a cacarella e il berrettino con la visiera calata sulla nuca. Possati è l'unico dei 13 consiglieri ad avere assicurato di poter scendere autonomamente, sulle sue gambe, le scale di Bankitalia. È anche l'unico a non essere ancora stato operato di prostata, e il regolamento interno di Bankitalia gli vieta, per questa ragione, di votare sulle questioni più importanti. Perciò lo si incontra spesso nel bar sottostante che gioca a videogame.
Ma gli altri? Alcuni non riescono più ad alzarsi dalla poltrona a causa della caratteristica anchilosi del proboviro, una sindrome degenerativa che blocca le articolazioni delle gambe nella postura seduta e salda le ossa del bacino ai braccioli. Vengono nutriti artificialmente e svuotati con un catetere, e si dovrà dunque studiare la maniera di farli scendere dalla finestra, bene assicurati alla loro poltrona, attraverso uno scivolo.
Molto complessa anche la questione del raggiungimento dell'ufficio di Antonio Fazio. La planimetria dell'ambiente ha rivelato ostacoli imprevisti: l'ufficio può essere raggiunto solo percorrendo un lungo cunicolo scavato nella pietra viva, sul modello delle camere funerarie delle piramidi.
Ai lati del cunicolo, in tenebrose nicchie, ci sono gli scheletri dei tecnici della Asl che hanno negato l'agibilità. Una volta entrati nell'ampio e minaccioso salone, sormontato da una fotografia di Padre Pio e da un poster di Amon-Ra, si nota l'enorme scrivania a scomparsa, che viene inghiottita da una botola ogni volta che arriva la richiesta di dimissioni. Accanto, il sarcofago già preparato dal governatore per la sua futura tumulazione, dominato da una paurosa maschera mortuaria, identica al volto attuale di Fazio. È stata ottenuta grazie al calco fedele della fototessera sulla patente. L'effetto dorato, reso celebre dalla maschera di Tutankamon, qui è garantito dalle centinaia di otturazioni dentali in oro che adornano già in vita il volto del sovrano.
Ora: anche ammesso che gli addetti alla rimozione di Fazio riescano a raggiungere l'ufficio, superando i trabocchetti con lance acuminate, le fosse ricolme di scorpioni, serpenti velenosi e direttori di filiale, il problema sarà come sfuggire alla Maledizione che pende sui profanatori del sito sacro. Già si mormora di malori inspiegabili che hanno folgorato banchieri stranieri, a migliaia di chilometri di distanza, dopo una sola interurbana con Fazio (pare che il governatore, quando è in linea con cordate ostili, risponda: "Pronto, chi parlava?"). Chi oserebbe mai penetrare addirittura nel suo ufficio per porgergli direttamente, mettiamo, l'ingiunzione di sfratto? Vigili del fuoco, ufficiali giudiziari, messi di Senato e Camera e perfino corazzieri hanno già fatto sapere di non sentirsi in grado di procedere ad alcun genere di provvedimento restrittivo nei confonti del governatore.
È di fronte a queste difficoltà che prendono corpo, negli ambienti istituzionali, le soluzioni più drastiche e ingegnose. Tra queste, la proposta Tremonti di adottare il metodo Chernobyl, seppellendo Bankitalia (con tutti gli occupanti all'interno) in un gigantesco coperchio di cemento armato e trasferendo la sede a Sondrio, nello storico Palazzo Pizzocchero, capolavoro del Vanvitelli (il geometra lecchese Gino Vanvitelli), attuale sede del Piccolo Credito Valtellinese che assumerebbe dunque il ruolo di banca centrale. La fetta di bresaola (nella pezzatura classica da 15 grammi) sostituirebbe l'euro come valuta corrente.
martedì, settembre 27, 2005
Sangue e Usura
da il Giornale.it
«La mia ultima battaglia contro l’euro»
- di Redazione -
L’intervista inedita rilasciata al Giornale pochi giorni fa spiega la causa cui l’ex questore stava lavorando
La settimana scorsa «il Giornale» aveva intervistato Arrigo Molinari, in occasione dell'udienza presso il tribunale civile su due ricorsi da lui presentati contro Banca d'Italia e Banca centrale europea.
Ecco la testimonianza che stava per essere pubblicata.
Dica la verità, avvocato Molinari: anche lei ce l'ha con Fazio. Infierisce.
«Neanche per sogno. Io ce l'ho con la Banca d'Italia e con i suoi soci voraci banchieri privati».
Cos'hanno fatto di così terribile?
«Hanno divorato l'istituto centrale di Palazzo Koch, rendendolo non più arbitro e non più ente di diritto pubblico. Con un'anomalia tutta italiana».
Ai danni dei risparmiatori.
«...che adesso devono sapere esattamente come stanno le cose».
Ci aiuti a capire.
«Sta tutto scritto nei miei due ricorsi, riuniti ex articolo 700 del codice di procedura civile, contro la Banca d'Italia e la Banca centrale europea per la cosiddetta truffa del “Signoraggio“, consentita alle stesse fin dal 1992».
Ricordiamo chi era, allora, il ministro del Tesoro.
«Era un ministro sottile che ha permesso agli istituti di credito privati di impadronirsi del loro arbitro Bankitalia, e quindi di battere moneta e di prestarla allo Stato stesso con tasso di sconto a favore delle banche private».
Il “Signoraggio“ è questo?
«Il reddito da “Signoraggio“ a soggetti privati si fonda su una norma statutaria privata di una società di capitali, e quindi su un atto inidoneo e inefficace per la generalità, per cui i magistrati aditi dei tribunali di Genova, Savona e Imperia non troveranno alcun ostacolo derivante da un atto di legge. L'inesistenza di una disciplina normativa consente di accogliere i tre ricorsi senza problema di gerarchia di fonti».
Le conseguenze del “Signoraggio“?
«Rovinose per i cittadini, che si sono sempre fidati delle banche e di chi le doveva controllare».
Tutta colpa delle banche?
«Sarò più chiaro, la materia è complessa. Dunque: le banche centrali e quindi la Banca d'Italia, venuta meno la convertibilità in oro e la riserva aurea, non sono più proprietarie della moneta che emettono e su cui illecitamente e senza una normativa che glielo consente percepiscono interessi grazie al tasso di sconto, prestandolo al Tesoro».
Non si comportano bene...
«Per niente! Ora i cittadini risparmiatori sono costretti a far ricorso al tribunale per farsi restituire urgentemente il reddito da “Signoraggio“ alla collettività, a seguito dell'esproprio da parte delle banche private italiane che, con un colpo di mano, grazie a un sottile ministro che ha molte e gravi responsabilità, si sono impadronite della Banca d'Italia battendo poi moneta e togliendo la sovranità monetaria allo Stato che, inerte, dal 1992 a oggi ha consentito questa assurdità».
Un bel problema, non c'è che dire.
«Infatti. Ma voglio essere ancora più chiaro. L'emissione della moneta, attraverso il prestito, poteva ritenersi legittima quando la moneta era concepita come titolo di credito rappresentativo della Riserva e per ciò stesso convertibile in oro, a richiesta del portatore della banconota».
Poi, invece...
«Poi, cioè una volta abolita la convertibilità e la stessa Riserva anche nelle transazioni delle Banche centrali avvenuta con la fine degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971, la Banca di emissione cessa di essere proprietaria della moneta in quanto titolare della Riserva aurea».
Lei sostiene che Bankitalia si prende diritti che non può avere.
«Appunto. Prima Bankitalia, nella sua qualità di società commerciale, fino all'introduzione dell'euro in via esclusiva e successivamente a tale evento, quale promanazione nazionale della Banca centrale europea, si arroga arbitrariamente e illegalmente il diritto di percepire il reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione, in luogo dello Stato e dei cittadini italiani».
Un assurdo tutto italiano, secondo lei.
«Certamente. Sembra un assurdo, ma purtroppo è una realtà. L'euro, però, è dei cittadini italiani ed europei, e non, come sta avvenendo in Italia, della banca centrale e dei suoi soci banchieri privati».
Quasi tutto chiaro. Ma che si fa adesso?
«Farà tutto il tribunale. Dovrà chiarire se esiste una norma nazionale e/o comunitaria che consente alla Banca centrale europea, di cui le singole banche nazionali dei Paesi membri sono divenute articolazioni, di emettere denaro prestandolo e/o addebitandolo alla collettività. L'emissione va distinta dal prestito di denaro: la prima ha finalità di conio, il secondo presuppone la qualità di proprietario del bene, oggetto del prestito».
Lei, professore, ha fiducia?
«Certo. La magistratura dovrà dire basta!».
da repubblica.it
Ucciso a coltellate nella sua casa
l'ex questore di Genova Molinari
ANDORA (SAVONA) - E' stato trovato ucciso a coltellate l'ex questore di Genova Arrigo Molinari, 73 anni. Il corpo senza vita è stato trovato stamattina nella camera da letto della sua abitazione di Andora. Sul posto, oltre ai carabinieri della compagnia di Alassio, sono arrivati il procuratore capo Vincenzo Scolastico ed il suo vice Maria Chiara Paolucci.
Arrigo Molinari da qualche anno svolgeva l'attività legale e seguiva il figlio impegnato nell'attività di albergatore e di gestore del Bingo di Imperia. L'ex questore si era occupato in passato anche del suicidio del cantante Luigi Tenco, avvenuto a Sanremo nel '67.
Fu proprio Molinari il primo ad entrare nella stanza e ad occuparsi dell'inchiesta. La settimana scorsa, proprio da una sua denuncia, erano stati rinviati a giudizio 6 tra ex direttori e direttori di istituti bancari della Riviera di Ponente con l'accusa di usura. nota 1
(27-09-2005)
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la Repubblica "dimentica" di riportare notizie ben più recenti e importanti come questa:
dal sito Adusbef
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Legale chiede i danni alla Banca d’Italia (05/09/2005)
- di Redazione -
La Banca d’Italia è stata citata a giudizio per danni, presso il tribunale di Imperia, con provvedimento d’urgenza ex art. 700 «per non aver svolto un’ adeguata forma di vigilanza sulla Banca di Roma - sostiene nel ricorso l’ex questore e oggi avvocato Arrigo Molinari -, in quanto sua socia, in un precedente procedimento giudiziario».
L’udienza di discussione del ricorso, presentato da Molinari, è stata fissata per il prossimo 5 ottobre. La vicenda ha avuto inizio da una causa per anatocismo, la richiesta di interessi sugli interessi, che l’avvocato Molinari aveva presentato nel 2000 contro l’istituto di credito romano, a difesa della defunta moglie Maria Teresa Pallavicino e del padre di lei.
Molinari aveva chiesto un risarcimento, non ancora quantificato, contro la capitalizzazione trimestrale degli interessi dal 1934 a fine anni Novanta.
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approfondisci e cerca "questore Arrigo Molinari" in Rete...
«La mia ultima battaglia contro l’euro»
- di Redazione -
L’intervista inedita rilasciata al Giornale pochi giorni fa spiega la causa cui l’ex questore stava lavorando
La settimana scorsa «il Giornale» aveva intervistato Arrigo Molinari, in occasione dell'udienza presso il tribunale civile su due ricorsi da lui presentati contro Banca d'Italia e Banca centrale europea.
Ecco la testimonianza che stava per essere pubblicata.
Dica la verità, avvocato Molinari: anche lei ce l'ha con Fazio. Infierisce.
«Neanche per sogno. Io ce l'ho con la Banca d'Italia e con i suoi soci voraci banchieri privati».
Cos'hanno fatto di così terribile?
«Hanno divorato l'istituto centrale di Palazzo Koch, rendendolo non più arbitro e non più ente di diritto pubblico. Con un'anomalia tutta italiana».
Ai danni dei risparmiatori.
«...che adesso devono sapere esattamente come stanno le cose».
Ci aiuti a capire.
«Sta tutto scritto nei miei due ricorsi, riuniti ex articolo 700 del codice di procedura civile, contro la Banca d'Italia e la Banca centrale europea per la cosiddetta truffa del “Signoraggio“, consentita alle stesse fin dal 1992».
Ricordiamo chi era, allora, il ministro del Tesoro.
«Era un ministro sottile che ha permesso agli istituti di credito privati di impadronirsi del loro arbitro Bankitalia, e quindi di battere moneta e di prestarla allo Stato stesso con tasso di sconto a favore delle banche private».
Il “Signoraggio“ è questo?
«Il reddito da “Signoraggio“ a soggetti privati si fonda su una norma statutaria privata di una società di capitali, e quindi su un atto inidoneo e inefficace per la generalità, per cui i magistrati aditi dei tribunali di Genova, Savona e Imperia non troveranno alcun ostacolo derivante da un atto di legge. L'inesistenza di una disciplina normativa consente di accogliere i tre ricorsi senza problema di gerarchia di fonti».
Le conseguenze del “Signoraggio“?
«Rovinose per i cittadini, che si sono sempre fidati delle banche e di chi le doveva controllare».
Tutta colpa delle banche?
«Sarò più chiaro, la materia è complessa. Dunque: le banche centrali e quindi la Banca d'Italia, venuta meno la convertibilità in oro e la riserva aurea, non sono più proprietarie della moneta che emettono e su cui illecitamente e senza una normativa che glielo consente percepiscono interessi grazie al tasso di sconto, prestandolo al Tesoro».
Non si comportano bene...
«Per niente! Ora i cittadini risparmiatori sono costretti a far ricorso al tribunale per farsi restituire urgentemente il reddito da “Signoraggio“ alla collettività, a seguito dell'esproprio da parte delle banche private italiane che, con un colpo di mano, grazie a un sottile ministro che ha molte e gravi responsabilità, si sono impadronite della Banca d'Italia battendo poi moneta e togliendo la sovranità monetaria allo Stato che, inerte, dal 1992 a oggi ha consentito questa assurdità».
Un bel problema, non c'è che dire.
«Infatti. Ma voglio essere ancora più chiaro. L'emissione della moneta, attraverso il prestito, poteva ritenersi legittima quando la moneta era concepita come titolo di credito rappresentativo della Riserva e per ciò stesso convertibile in oro, a richiesta del portatore della banconota».
Poi, invece...
«Poi, cioè una volta abolita la convertibilità e la stessa Riserva anche nelle transazioni delle Banche centrali avvenuta con la fine degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971, la Banca di emissione cessa di essere proprietaria della moneta in quanto titolare della Riserva aurea».
Lei sostiene che Bankitalia si prende diritti che non può avere.
«Appunto. Prima Bankitalia, nella sua qualità di società commerciale, fino all'introduzione dell'euro in via esclusiva e successivamente a tale evento, quale promanazione nazionale della Banca centrale europea, si arroga arbitrariamente e illegalmente il diritto di percepire il reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione, in luogo dello Stato e dei cittadini italiani».
Un assurdo tutto italiano, secondo lei.
«Certamente. Sembra un assurdo, ma purtroppo è una realtà. L'euro, però, è dei cittadini italiani ed europei, e non, come sta avvenendo in Italia, della banca centrale e dei suoi soci banchieri privati».
Quasi tutto chiaro. Ma che si fa adesso?
«Farà tutto il tribunale. Dovrà chiarire se esiste una norma nazionale e/o comunitaria che consente alla Banca centrale europea, di cui le singole banche nazionali dei Paesi membri sono divenute articolazioni, di emettere denaro prestandolo e/o addebitandolo alla collettività. L'emissione va distinta dal prestito di denaro: la prima ha finalità di conio, il secondo presuppone la qualità di proprietario del bene, oggetto del prestito».
Lei, professore, ha fiducia?
«Certo. La magistratura dovrà dire basta!».
da repubblica.it
Ucciso a coltellate nella sua casa
l'ex questore di Genova Molinari
ANDORA (SAVONA) - E' stato trovato ucciso a coltellate l'ex questore di Genova Arrigo Molinari, 73 anni. Il corpo senza vita è stato trovato stamattina nella camera da letto della sua abitazione di Andora. Sul posto, oltre ai carabinieri della compagnia di Alassio, sono arrivati il procuratore capo Vincenzo Scolastico ed il suo vice Maria Chiara Paolucci.
Arrigo Molinari da qualche anno svolgeva l'attività legale e seguiva il figlio impegnato nell'attività di albergatore e di gestore del Bingo di Imperia. L'ex questore si era occupato in passato anche del suicidio del cantante Luigi Tenco, avvenuto a Sanremo nel '67.
Fu proprio Molinari il primo ad entrare nella stanza e ad occuparsi dell'inchiesta. La settimana scorsa, proprio da una sua denuncia, erano stati rinviati a giudizio 6 tra ex direttori e direttori di istituti bancari della Riviera di Ponente con l'accusa di usura. nota 1
(27-09-2005)
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la Repubblica "dimentica" di riportare notizie ben più recenti e importanti come questa:
dal sito Adusbef
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Legale chiede i danni alla Banca d’Italia (05/09/2005)
- di Redazione -
La Banca d’Italia è stata citata a giudizio per danni, presso il tribunale di Imperia, con provvedimento d’urgenza ex art. 700 «per non aver svolto un’ adeguata forma di vigilanza sulla Banca di Roma - sostiene nel ricorso l’ex questore e oggi avvocato Arrigo Molinari -, in quanto sua socia, in un precedente procedimento giudiziario».
L’udienza di discussione del ricorso, presentato da Molinari, è stata fissata per il prossimo 5 ottobre. La vicenda ha avuto inizio da una causa per anatocismo, la richiesta di interessi sugli interessi, che l’avvocato Molinari aveva presentato nel 2000 contro l’istituto di credito romano, a difesa della defunta moglie Maria Teresa Pallavicino e del padre di lei.
Molinari aveva chiesto un risarcimento, non ancora quantificato, contro la capitalizzazione trimestrale degli interessi dal 1934 a fine anni Novanta.
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