mercoledì, aprile 20, 2005

La Chiesa e la "Finanza bianca".

Nel nuovo libro dell'economista Giancarlo Galli le luci e le molte ombre della finanza cattolica
Banchieri di Dio o del diavolo?

NICOLA LEONI
Banchieri di Dio, come vorrebbero fare pensare le loro radici culturali cattoliche, o banchieri del diavolo, come invece farebbero credere i non isolati scandali e l'immagine che di loro hanno gli anticlericali, che li dipingono come ipocriti maneggioni? Si tratta naturalmente dei finanzieri cattolici, la cui storia dal dopoguerra a oggi viene raccontata dall'economista Giancarlo Galli nel suo ultimo libro, Finanza bianca - La Chiesa, i soldi, il potere, edito da Mondadori. Galli non è certo tenero nei confronti di coloro, in un mondo che mescola Chiesa, economia e politica, si sono resi protagonisti di scandali e storture, ma nemmeno prevenuto nei confronti della finanza e dei finanzieri cattolici in quanto tali.
Il volume segue la storia dell'economia italiana, ma anche vaticana e mondiale, dalla nascita della Repubblica italiana, con la presa di potere della Democrazia Cristiana anche nel mondo finanziario, un'operazione orchestrata da Amintore Fanfani, passando per le vicissitudini dell'Istituto per le Opere di Religione, la banca della Santa Sede, raccontate dallo stesso presidente, Angelo Caloia, per l'egemonia nella finanza italiana di personaggi, che si dichiarano cattolici, come Antonio Fazio, governatore della Banca d'Italia, Cesare Geronzi, leader di Capitalia, e Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa. Fino ad arrivare ai crac dei bond argentini, Cirio e Parmalat, scandali in cui le banche cattoliche hanno una gravissima responsabilità.
Ma il protagonista del libro di Galli è proprio il leader dello Ior, "sopravvissuto" alle numerose trappole tesegli dall'ambiente curiale romano e anche da qualche porporato, riuscendo nel contempo a risanare la banca vaticana dopo la gestione di monsignor Marcinckus. È «tutto del cardinale Casaroli il merito della rivoluzione allo Ior». Paul Marcinkus è stato «facilone e mal consigliato» - ma non si mise una lira in tasca - e non è vero che fosse stato sostenuto da Paolo VI. Monsignor De Bonis organico a Marcinkus e non suo antagonista, come invece lo percepirono i cronisti dell'epoca, anzi: suo principale "cattivo consigliere".
Angelo Caloia, dall'89 alla guida dello Ior, dopo lo scandalo internazionale che rischiò di travolgere la banca del Papa, si racconta a Galli nel capitolo più ampio e interessante del libro dedicato ai finanzieri cattolici.
Caloia, «pio e riservato cattolico lombardo», 65 anni, una moglie irlandese, quattro figli e quattro lauree, solitamente abbottonatissimo, rompe il silenzio che lo ha distinto in questi anni. Molto racconta e molto altro lascia intuire dello scandalo della banca del Papa, del risanamento voluto da Casaroli e osteggiato dal vecchio gruppo dirigente - non solo Marcinkus e de Bonis, ma anche il direttore generale Luigi Mennini e il ragioniere capo Pellegrino De Strobel, travolti dall'inchiesta giudiziaria e con i passaporti ritirati - e delle fasi successive e meno note alla cronaca, dalla stesura del nuovo statuto dello Ior, a come ne sia rimasto alla guida nonostante due tentativi di estrometterlo.
Ma Caloia è riuscito anche al temuto "braccaggio" di Mani Pulite, al "tintinnio di manette" che risuonò anche per lui durante l'inchiesta Enimont, la "madre di tutte le tangenti" che lambì senza conseguenze la banca del Papa nel '93, a causa di 108 miliardi in certificati del Tesoro transitati dallo Ior attraverso Luigi Bisignani, «che presso la Banca vaticana disponeva da anni di un conto personale, chiedendo di accreditare il ricavato su un contro cifrato estero».
I «titoli erano buoni e il cliente affidabile», tant'è che lo Ior ne uscirà pulito, ma quando Caloia riceve una telefonata del procuratore capo Borrelli ha «una gran paura di sentir tintinnare le manette» anche se «la coscienza era del tutto a posto: pur tranquillo - racconta - mi premunii, agendo d'impulso: da banchiere del Vaticano, cercai conforto e riparo là...'». Caloia infatti si appella al fatto di lavorare per uno Stato estero e di dover consultarsi con questo, cala a Roma da Milano, si rifugia in Vaticano e lì, dopo un colloquio con l'amico monsignore Renato Dardozzi, chiede la rogatoria internazionale. Così la situazione si risolve con uno scambio di lettere in cui lo Ior fornisce ogni informazione e chiarisce tutto.
«Nemmeno oggi sappiamo a chi erano destinati quei bonifici - riferisce Caloia - peraltro chi aveva impartito l'ordine, Bisignani, era un vecchio cliente, che avevamo ereditato».
La lezione serve al banchiere a «completare l'opera di rinnovamento», anche setacciando i clienti dello Ior per evitare «responsabilità pregresse». E oggi Caloia considera quel "tintinnio di manette" «un bene: lo Ior ritrovò totale fiducia» e fu impresa più difficile nella Chiesa e tra i religiosi che presso l'«establishment finanziario, italiano e internazionale».
Vittorioso grazie all'appoggio di Casaroli nello stendere il nuovo statuto, promulgato da Giovanni Paolo II nel '90, e «toltosi dal cuore il peso delle accuse di riciclaggio» nel '93, Caloia subisce nel '94 la manovra congiunta De Bonis-Castillo Lara (il cardinale allora presidente dell'Apsa - Amministrazione patrimonio della Santa Sede) per sostituirlo alla fine del mandato con l'americano Virgil Dechant. Castillo Lara preme anche perché lo Ior faccia merchandising religioso, ma Caloia si oppone. La spunta lui e de Bonis viene spedito a far da cappellano ai cavalieri di Malta.
Nel '99 altro assalto alla sua plancia di comando dello Ior, da parte del cardinale americano Edmund Szoka, che lo vuole sostituire con il presidente uscente della Bundesbank, Hans Tietmeyer. Caloia si salva di nuovo grazie all'appoggio del segretario del Papa, monsignor Stanislao Dziwisz. A un anno dalla scadenza del terzo mandato Caloia appare saldo sulla sella della banca del Papa.
Ma se lo Ior, dopo i momenti bui, è riuscito grazie alla guida di Caloia e di prelati lungimiranti a tornare "immacolato", non si può dire lo stesso di altre realtà fondate su finanza e religione, dove invece sembrano ancora regnare le ombre. «Il Gruppo Cultura Etica Finanza - scrive Giancarlo Galli nella conclusione del suo libro - ha in larga misura cessato di "far cultura". Non più libri, ricerche come quella sul "declino italiano" che viaggiano senza precise scadenze. Soggiacendo alle sottili lusinghe di patron Bazoli, s'è politicamente schierato a fianco del centrosinistra, in qualche momento financo aggregandosi all'iniziativa di "Libertà e Giustizia" sponsorizzata da Carlo De Benedetti. Dove sono finite le ricerche sulle origini del cattolicesimo sociale? In Roma-capitale, altri banchieri "bianchi" di spicco (dal governatore Antonio Fazio a Cesare Geronzi) sono nel mirino della magistratura. Lacune nella vigilanza, operazioni che hanno penalizzato la clientela... A dozzine, presidenti, amministratori delegati, direttori generali, funzionari di altissimo livello ricevono "avvisi di garanzia". "Atti dovuti", nel linguaggio giudiziario, e probabilmente avranno modo di dimostrare la loro innocenza. Tuttavia, milioni di risparmiatori, attraverso associazioni di autodifesa, manifestano la loro disapprovazione per l'operato delle banche. Il governo s'appresta (obtorto collo, consenziente anche l'opposizione) a varare provvedimenti a tutela del risparmio e di riforma della Banca d'Italia».
«Riprendiamo per l'ennesima volta l'affermazione di Angelo Caloia: "Il diavolo esiste, eccome!". Evidentemente, ha da averci messo la coda se un "sistema finanziario" dove esponenti del mondo cattolico presidiano tanti punti chiave non ha saputo arginare il dérapage affaristico. Ci si interroga sugli "errori tecnici" (l'avere ad esempio privilegiato le concentrazioni a spese della presenza sul territorio; l'eccessiva disponibilità per gli "amici", come nei casi Cirio e Parmalat). Ma quel che si delinea è soprattutto una Caporetto etica, che divide la stessa Chiesa. A Parma, don Luigi Scaccaglia, prete di frontiera, lancia una provocazione: "Tanzi ha dato i soldi per i restauri del Duomo? Dobbiamo trovare il modo di restituirli". Gli fa eco il parroco di Santa Cristina: "La famiglia Tanzi, è vero, faceva offerte, ma oggi si parla di quattrini rubati. Quindi dobbiamo cambiare rotta. La nostra Chiesa sarà credibile solo se povera e non collusa". Eppure, il buon vescovo parmigiano Cesare Silvio Bonicelli aveva invitato alla pacatezza: "La cosa più importante è pensare e cercare di capire, senza lasciarsi catturare dalle emozioni. Stare accanto a chiunque sia coinvolto, senza giudicare né escludere"».
«È possibile riflettere senza giudicare (sul terreno dell'etica)? Viene quasi da pensare che non poca parte di quel che ha seminato in oltre vent'anni Angelo Caloia - prima al Mediocredito lombardo con il Gruppo Cultura Etica Finanza, poi allo Ior - sia volato via, o beccato dai corvi di passaggio. Comunque, che qualche seme sia rimasto, e prenda presto a fruttificare, è più che un augurio, una speranza. Infatti, mai come nel nostro tempo vi è necessità di una "finanza bianca". Ben oltre, però, un'etichetta che si va rivelando in troppi casi di comodo».
«Sarebbe desolante constatare come, nonostante il cambio delle casacche di appartenenza, i comportamenti dei banchieri siano sempre gli stessi. Autoreferenziali nella sfera del potere, disinvolti nelle relazioni politiche, abili nel districarsi nella giungla di affari-affarismo, generosi coi ricchi, stemegna - tirchi - coi piccoli imprenditori. E i risparmiatori eterne pecorelle da tosare, ben poco evangelicamente».
«C'è da augurarsi, per il bene comune, trattarsi di una difficile, tormentata stagione di transizione. Verso una finanza davvero "etica". Parola che in Italia, al momento, ha il suono della campana stonata perché rotta. Molti conoscendone, valutando sincero il loro animo, si diano però da fare. E subito. Ha ragione da vendere il "Nanni" Bazoli quando plaude all'abbattimento degli steccati».
«Si tratta però di capire, nei comportamenti concreti, qual è il contributo che i "banchieri bianchi" possono fornire alla crescita della società. Senza arzigogolare, a costruirsi alibi, sulla spietatezza dei mercati. Sotto altri cieli, dagli Usa al Giappone, c'è chi sta provando. Attendiamo dunque che i "bianchi banchieri" di casa nostra raccolgano la sfida. Conquistato il potere, lo usino!».

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Il banchiere del papa racconta: “Ecco come ho risanato lo IOR”
Data Mercoledì, 20 Aprile 2005 - 11:31

Dopo quasi quindici anni di presidenza della banca vaticana, Angelo Caloia rompe il silenzio. Fa i nomi di amici e nemici. E accusa la finanza cattolica d’aver venduto l’anima per il potere.

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Giovanni Paolo II non s’è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s’è arricchito. Ma lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati.

Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo IOR, Istituto per le Opere di Religione; l’APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno c’è un cardinale. Ma con un’avvertenza. Perché allo IOR, la banca vaticana, c’è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un’eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e quattro figli, il banchiere Angelo Caloia.

Caloia è una leggenda di riservatezza ed è personaggio ai più sconosciuto. Ma per la finanza vaticana è il parallelo perfetto di quel che è il cardinale Camillo Ruini per il governo della Chiesa in Italia: l’uno e l’altro autori di una doppia rivoluzione.

Anche nelle date Caloia e Ruini hanno sempre viaggiato in parallelo. Diventano l’uno presidente dello IOR e l’altro presidente della conferenza episcopale all’inizio degli anni Novanta e, riconfermati di quinquennio in quinquennio, sono tuttora alla testa dei rispettivi organismi. Entrambi hanno cominciato le loro battaglie isolati, con molti più avversari che amici. Entrambi hanno vinto.

La differenza è che oggi Caloia ha deciso di rompere il silenzio: con tanto di nomi, giudizi, retroscena sulla sua storia di banchiere del papa, per la prima volta messi nero su bianco.

L’outing di Caloia è in un libro scritto da un suo amico e collaboratore d’antica data, Giancarlo Galli. Lo pubblica Mondadori, la stessa editrice dell’ultimo best seller del papa, ed è in vendita dal 22 giugno. Il titolo è “Finanza bianca” e si riferisce a quell’insieme di banche e banchieri cattolici che a Roma e in Italia hanno oggi accumulato un potere senza precedenti: con Antonio Fazio governatore della Banca d’Italia, con Cesare Geronzi dominus di Capitalia, con Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa, con i templi finanziari laici caduti nelle loro mani o assediati.

Caloia è parte di questa finanza bianca, è da lì che è venuto. Ma nel libro non la esalta per gli attuali trionfi. Anzi. La accusa d’aver venduto l’anima per ottenerli, d’aver smarrito la sua “identità cristiana”. La prova è nel coinvolgimento delle banche cattoliche nei colossali disastri di Parmalat, Cirio e simili: una “Caporetto etica” dalla quale invece, dice, è rimasto immune lo IOR. Partito isolato nella sua battaglia per ripulire e rilanciare la banca vaticana, Caloia lamenta oggi di ritrovarsi di nuovo solo, a far da baluardo di una finanza moralmente corretta.

Quando Caloia inizia la sua lunga marcia, nei primi anni Ottanta, il Vaticano è in pieno dissesto, al pari dei finanzieri cattolici con i quali aveva condotto pessimi affari: Michele Sindona e Roberto Calvi. Alla testa dello IOR regnano un arcivescovo americano, Paul Marcinkus, che Caloia definisce “facilone, pressapochista, mal consigliato”, e un prelato italiano che è tra gli autori di quei cattivi consigli, Donato De Bonis. Lo IOR è assediato dai creditori, e nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, il segretario di stato dell’epoca, li tacita una volta per tutte versando 406 milioni di dollari a titolo di “contributo volontario”, sfidando il parere contrario non solo di Marcinkus e De Bonis ma di quasi tutti i dirigenti vaticani.

Quello stesso anno, a Milano, anche la buona finanza cattolica decide di risalire la china. Lo fa dando vita a un Gruppo Cultura Etica Finanza. Si riunisce in via Broletto, a pochi passi dal Duomo, e di esso fa parte anche un vescovo, Attilio Nicora, ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini. Nel gruppo figurano intellettuali destinati a ruoli di peso: come il gesuita GianPaolo Salvini, futuro direttore della “Civiltà Cattolica”, e Lorenzo Ornaghi, futuro rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra i banchieri, Bazoli è il predicatore più acceso della riscossa contro la finanza laica e il suo potentissimo nume Enrico Cuccia. A coordinare il tutto è Caloia, con Galli segretario.

Caloia è presidente del Mediocredito Lombardo e punta più in alto, alla CARIPLO, una delle più grosse Casse di Risparmio del mondo. Ma tra i cattolici c’è chi gli sbarra la strada, e nella curia di Milano gli rema contro monsignor Giuseppe Merisi. “Nemo propheta in patria”, dice oggi Caloia rievocando quella battaglia perduta. Perché invece che a Milano il suo futuro è a Roma. Nel 1987 e poi nel 1988 si presentano da lui emissari del Vaticano. A nome del cardinale Casaroli vogliono che prenda in pugno lo IOR.

Non solo. Casaroli gli chiede di riscrivere gli statuti della banca vaticana. Caloia accetta e si mette al lavoro. È fatta. Nel 1990 Giovanni Paolo II promulga i nuovi statuti, Marcinkus lascia Roma e si ritira in una parrocchia dell’Illinois, Caloia diventa presidente del nuovo consiglio di sovrintendenza dello IOR. A nominarlo sono gli altri quattro banchieri del consiglio: un tedesco, uno svizzero, uno spagnolo e un americano. Lo svizzero è Philippe De Weck, ex presidente dell’Union de Banques Suisses, vicino all’Opus Dei e frequentatore a Milano del Gruppo Cultura Etica Finanza. È lui il grande elettore di Caloia.

Ma alla macchina dello IOR resiste la vecchia guardia: il prelato De Bonis, il direttore generale Luigi Mennini, il ragioniere capo Pellegrino De Strobel. Questi due sono i primi a saltare. De Bonis non cede. A norma del nuovo statuto dovrebbe fare solo assistenza spirituale, in realtà continua i suoi affari come in passato.

De Bonis si allea in Vaticano con l’allora presidente dell’APSA, il cardinale Rosalio José Castillo Lara, e col segretario di quell’organismo, monsignor Gianni Danzi, e manovra per sostituire a Caloia, al termine del suo primo quinquennio di presidenza, un suo candidato, l’americano Virgil C. Dechant, dei Cavalieri di Colombo e grande finanziatore di Solidarnosc in Polonia. Castillo Lara e Danzi premono anche perché lo IOR faccia merchandising religioso. Caloia rifiuta e riceve dal cardinale una raffica di lettere al veleno. Ma alla fine la spunta. De Bonis è spedito a far da cappellano ai Cavalieri di Malta, Caloia è riconfermato presidente nel 1995 per altri cinque anni e Castillo Lara lascerà presto l’APSA.

Nel 1999, altra manovra. Questa volta il candidato a rimpiazzare Caloia è nientemeno che il presidente uscente della banca federale di Germania, la Bundesbank, Hans Tietmeyer, e il suo promotore è il cardinale americano Edmund Casimir Szoka, all’epoca presidente della Prefettura degli Affari Economici del Vaticano. A mettere sull’allarme Caloia è monsignor Renato Dardozzi, dell’Opus Dei. A una conferenza di Tietmeyer alla Pontificia Accademia delle Scienze, Caloia si alza a criticarne le tesi ultraliberiste. Tra i due scoccano scintille. Ma di nuovo è Caloia a vincere la sfida, forte anche dell’appoggio del segretario personale del papa, Stanislaw Dziwisz.

Nel 2000 Caloia è riconfermato presidente, e l’ultima parola a suo pro l’avrebbe detta Giovanni Paolo II: “Finché vivo io, mai un tedesco alle finanze vaticane”. Ma più che il cuore polacco, a convincere il papa sono i proventi dello IOR a lui devoluti ogni anno per opere di bene. Erano 15 miliardi di lire nel 1990, all’inizio della gestione Caloia. Oggi sono “molti, molti di più”.

Nel 2005 scadrà il terzo quinquennio di Caloia, e nessuno questa volta trama più per cacciarlo. All’APSA c’è ora il suo amico Nicora, divenuto cardinale, con segretario il vescovo Claudio Maria Celli, uomo di Casaroli e Sodano. Al Governatorato Szoka ha passato i limiti d’età e un candidato a succedergli è Carlo Maria Viganò, legatissimo a Sodano e Nicora. Resti o no Caloia presidente, il suo IOR, almeno questo, non passerà certo al nemico.

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I misteri della "finanza bianca"
Dallo Ior ai "banchieri di Dio"

Dalla fondazione dello Ior, la "banca del Papa", fino al crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, la storia moderna insegna che tra Chiesa e mondo degli affari esistono rapporti forti. Da questo intreccio sono nati tanti misteri che hanno appassionato le cronache economiche del Belpaese e che ora Giancarlo Galli ripercorre nel suo lucido e documentato libro-inchiesta "Finanza bianca", edito da Mondadori.

Una vera “doccia fredda” per chi ancora, un po’ ingenuamente, si ostina ad avere una visione evangelica della Chiesa cattolica. “Il Vaticano è l’unica teocrazia a possedere una propria banca di livello mondiale”: da questa considerazione parte Galli per dimostrare che il legame tra religione e affari è profondo e simbiotico.

Partendo dalla storia, dalla dissoluzione dello Stato Pontificio, si ripercorrono le tappe che portano la Curia romana, ormai ufficialmente privata del suo potere temporale, a costruire un potere finanziario. Un potere nuovo, ma comunque forte e che vive soprattutto di relazioni e sfere di influenza.

Ne emerge un quadro in cui gli uomini del Vaticano dimostrano di sapersi muovere molto abilmente sullo scenario internazionale degli affari. Al centro di un sistema che può contare su tante pedine di alto livello. Lo Ior è il cuore della potente e onnivora “finanza bianca”, i “banchieri di Dio” sono le figure di riferimento nei grandi gruppi creditizi non solo italiani.

Insomma, nella Chiesa di cui ci parla Galli si fa davvero fatica a ritrovare tracce dello spirito pauperistico delle origini cristiane o della tradizione francescana. C’è piuttosto il trionfo di un approccio pragmatico che ricorda la “realpolitik” di Bismarck o gli insegnamenti del Guicciardini. E il Vaticano finisce inesorabilmente per assomigliare ad una holding. Gestita con grande maestria unita ad una discreta dose di spregiudicatezza.

Certo, oggi lo Ior non è più quello degli anni settanta e ottanta, oggi non è più in servizio un uomo come Marcinkus, ma chi pensa che la finanza bianca sia finita dovrebbe rileggersi, molto attentamente, la vicenda Parmalat.

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L'autore mette in guardia i lettori: «Sarà un volume indigesto per i benpensanti e per molti esponenti dell'Alta finanza»
«Qualcuno s'è dimenticato dei Comandamenti»

Pubblichiamo del libro di Giancarlo Galli Finanza bianca la prefazione, intitolata "A uso del lettore".
GIANCARLO GALLI
Il lettore sia avvertito. Le pagine che s'appresta a sfogliare hanno tutte le caratteristiche per risultare acide e fastidiose. Indigeste al fariseismo dei cosiddetti benpensanti, mentre liberi pensatori e anticlericali non verranno gratificati con scoop o sconvolgenti rivelazioni. Quanto agli esponenti dell'Alta finanza, nella stragrande maggioranza ne avrebbero volentieri fatto a meno. Per questo ho da esprimere la massima gratitudine a quei pochi che, infrangendo il tabù del silenzio, mi hanno fornito aiuto. Col nobile intento di servire la Verità. L'impresa è di quelle che generano fibrillazioni e fanno accartocciare le budella: pretendere di scandagliare le connessioni fra religione e finanza, ecclesiastici e banchieri. Senza intenti moralistici o scandalistici, ma unicamente per capire (ammesso sia possibile) quello che avviene nella più misteriosa fra le galassie terrene.
D'altronde il libro è, in vari aspetti e risvolti, il giornale di bordo di un cronista che, per quasi mezzo secolo, ha navigato sulle rotte dell'Alta finanza, incrociando ammiragli in feluca e corsari, tonache lunghe con bottoniera rossa benedicenti i vascelli in partenza e arrivo, salvo sostenere che "solo per caso" si trovavano sul molo, o in plancia...
Sappia da subito il lettore che, a parte qualche doveroso accenno retrospettivo (gli intrecci fra religione e danaro affondano le radici nella millenaria storia dell'umanità), qui ci occuperemo del passato prossimo e, soprattutto, del presente, un "presente" nel quale il problema è emerso in tutta la sua dimensione planetaria. Specie dopo 1'11 settembre 2001, quando s'è dovuto pubblicamente ammettere che il terrorismo internazionale di matrice islamica si finanziava attraverso i circuiti dei mercati capitalistici, godendo di connivenze d'ogni sorta.
Purtroppo, di tali intrecci s'è scritto e detto assai poco, se si trascura la pamphlettistica specializzata in dietrologia, il che ha favorito la formazione di un gigantesco "buco nero", come si dice in astrofisica, ovvero uno scontro fra materia e ideologia. È invece necessario ragionare sui perché, in piena età moderna, un papa di Roma, un mullah o un rabbino possano far tremare Wall Street e la City.
La finanza ama proclamarsi laica, facendo suo quel principio che vorrebbe escludere ogni influenza della religione dalla vita e dalle istituzioni politiche, civili, economiche. E un po' tutti in Occidente e in Asia (non però nell'lslam), credenti o meno, ne esaltiamo la laicità.
Vero o falso? Il dubbio m'ha colto non una ma cento, mille volte, allorché da New York a Londra, da Parigi a Tokyo (e, ovviamente, da Milano a Roma), ho sentito non sussurrare ma sostenere: A ha alle spalle la finanza ebraica, B quella cattolica, C quella protestante, Y manovra i petrodollari islamici... E gli atei, gli agnostici, ben presenti nelle schiere degli gnomi? Nemmeno loro potevano prescindere da ascendenze e referenze.
Se le parole hanno un senso, stretti rapporti tra finanza e religioni esistono. Esistendo, occorre stabilire in cosa si concretizzano. Fossi nato e cresciuto sotto altri cieli, avrei probabilmente privilegiato l'analisi del rapporto fede-danaro in emisferi diversi. Avrei forse seguito le orme di Max Weber, che fa del protestantesimo la culla del moderno capitalismo anglosassone. O accettato il disinteresse indù, buddista e confuciano per il maneggio della ricchezza. Oppure, figlio dell'Islam, sarei stato indotto a coniugare l'opportunismo delle classi dirigenti con la sharia.
Le radici cristiane e cattoliche m'hanno portato invece a focalizzare lo sguardo su quanto avviene sotto l'usbergo di Santa Romana Chiesa, con una speciale attenzione all'Italia e al Vaticano.
Nel novero delle potenze mondiali, l'Italia occupa una posizione economicamente e finanziariamente secondaria, sebbene non irrilevante. Se passiamo dal materiale allo spirituale, il suo prestigio e la sua influenza appaiono invece di primissima grandezza. Le parole del Santo Padre sono pietre. I suoi strali contro il capitalismo, il consumismo, il culto della ricchezza fanno tremare le vene ai credenti. Ma dopo i fremiti e le contrizioni, che accade? E, questione non marginale, in che modo si caratterizza lo Ior, l'Istituto per le Opere di Religione, la banca del Vaticano? Tanto più che, e non è un "dettaglio", il cattolicesimo è l'unica religione a disporre di una "propria" banca.
Eccoci pertanto di fronte all'intrigante questione che costituirà la parte centrale, dominante, del libro: al di là degli auspici del pontefice, lo Ior è davvero una "banca cristiana"? Ancora: i tanti banchieri che in Italia ed Europa proclamano la loro fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa, come si distinguono dai colleghi laici?
Il lettore avrà compreso, quantomeno intuito, il nostro intento: cercare di gettare un fascio di luce sul terreno, nebbioso e inesplorato, delle relazioni intercorrenti fra religione e finanza. Per i cattolici, fra il "sono timorato di Dio" e il "faccio i soldi", insomma fra Dio e Mammona. Risultando assolutamente falso che il danaro sia lo sterco del demonio, come spesso qualcuno vuol far credere; trattandosi piuttosto di un buon concime che, se ecologicamente usato (in senso etico), può aiutare l'umanità a crescere nel segno di una maggiore giustizia distributiva.
Purtroppo, negli ultimi tempi, nella galassia finanziaria italiana si sono verificati ben poco edificanti eventi. Ci riferiamo agli ottocentomila piccoli risparmiatori che hanno perso tutto con i bond argentini, i crac Cirio e Parmalat. E non per colpa del "cinico mercato", ma in quanto anche alcuni "buoni cattolici" s'erano dimenticati dei Comandamenti, dal "non rubare" al "non rendere falsa testimonianza", o erano incorsi nel mortale "peccato d'omissione", cioè non avevano effettuato i controlli cui erano preposti.
Il che fa temere il ripetersi di errori che speravamo relegati nel passato. Dando fiato all'interrogativo che molti laici propongono: è davvero senza macchie la nuovissima "finanza bianca"?

martedì, aprile 19, 2005

Rothschild in azione: Mi vuoi comprare? a me?!? Ma io me te compro a te!!!

L'annuncio ieri sera.
In mattinata la notizia di un'offensiva
dei Rothschild contro il vertice di Francoforte


La Borsa tedesca si arrende
"Ritiriamo l'offerta su Londra"
L'attuale vertice di Deusche Boerse rinuncia all'acquisto
del London Stock Exchange. Ora si riparte da zero sui negoziati
di ANDREA TARQUINI

BERLINO - Disfatta tedesca nella guerra per dominare le Borse europee. Deutsche Boerse, cioè la società per azioni che controlla la Borsa di Francoforte e piazze d'affari minori in Germania, ha ritirato ieri sera la sua offerta pubblica d'acquisto per il London Stock Exchange, la Borsa di Londra.

La notizia è arrivata al culmine di una giornata di voci, illazioni e tensioni sui mercati. Secondo la Frankfurter Allgemeine, infatti, l'illustre casato dei Rothschild era sceso in campo contro Deutsche Boerse e i suoi piani di scalata.

E' una secca sconfitta quella incassata ieri sera dal presidente di Deutsche Boerse, Werner Seifert, e dal capo del Consiglio di Sorveglianza della società, Rolf-Ernst Breuer, ex numero uno di Deutsche Bank. In un comunicato diffuso alle agenzie di stampa via e-mail, Deutsche Boerse informa di aver rinunciato alla sua scalata alla Borsa di Londra, che se fosse stata coronata da successo avrebbe fatto dei tedeschi i signori del mercato azionario europeo.

La decisione, dice il comunicato, è stata presa perché il London Stock Exchange (Lse) ha nuovamente respinto, giudicandola "non consigliabile ai suoi azionisti", l'offerta tedesca di rilevare il Lse stesso pagando 530 pence per ogni azione. Cioè circa due miliardi di euro in tutto.

Riparte quindi da zero il grande valzer di negoziati per alleanze e fusioni tra le Borse europee, una disfida carica di thrilling tra il capitalismo anglosassone basato a Londra e quello tedesco. Sia Londra sia Francoforte, a questo punto, hanno fretta di rafforzarsi l'una contro l'altra. E cercano patti con Euronext, l'alleanza-cartello delle Borse francese, belga, olandese e spagnola guidata da Parigi.

Intanto irrompe in scena, secondo la Frankfurter Allgemeine, un grande intrigo finanziario internazionale. I Rothschild sono entrati in azione prima che Deutsche Boerse alzasse bandiera bianca. Guidano un'offensiva per l'acquisto di titoli di Deutsche Boerse, in modo da prepararsi a controllarne la maggioranza in vista dell'assemblea degli azionisti il 25 maggio.

(7 marzo 2005)

Il Regno Unito non rinuncia al signoraggio.

La battaglia inglese alla Costituzione Ue
Il leader dei Tory rivela i principali punti dell’opposizione a Bruxelles
Il Regno Unito si prepara per le elezioni nazionali che si terranno il prossimo 5 maggio.
Anche se il dibattito fra i partiti si sta concentrando principalmente su questioni nazionali, come la tassazione, l'immigrazione e i servizi sociali, il partito conservatore britannico e il piccolo partito euroscettico UKIP stanno facendo leva sul malcontento generale della popolazione per rimettere in discussione la posizione della Gran Bretagna nell'Unione europea e per opporre l'approvazione referendaria della Costituzione europea.
Attraverso l'analisi del manifesto elettorale del partito conservatore, ecco i cavalli di battaglia dell'opposizione britannica rispetto all'Ue e al nuovo testo fondamentale.
No all'euro, Si al Pound
Un eventuale governo conservatore assicurerà l'indipendenza della Banca d'Inghilterra nel determinare i tassi di interesse che, mantenendo il pound a dispetto della moneta unica, dipenderanno esclusivamente dagli interessi dell'economia britannica. Un no netto, quindi, per conservare una delle caratteristiche principali della sovranità, il signoraggio.

Riappropriarsi dei poteri ceduti a Bruxelles
Il partito Tory vorrebbe avvalersi, come negli accordi di Schengen, della clausola dell'opting-out al fine di riconquistare la sovranità su alcune politiche controllate da Bruxelles.

Il Regno Unito dovrebbe, per prima cosa, liberarsi dai "vincoli" della politica sociale europea e orientarsi verso una deregolamentazione e una maggiore flessibilità della legislazione sull'occupazione.

I conservatori ritengono inoltre che una politica comune sull'agricoltura e sulla pesca siano insostenibili sia dal punto di vista economico che commerciale.

La politica agricola comune, storicamente, è stata un punto dolente nelle relazioni tra Ue e Regno Unito e il partito conservatore ne richiede sostanziali riforme da Bruxelles.
Per quanto riguarda la politica sulla pesca, il manifesto esplicita chiaramente che è intenzione dei conservatori restaurare il pieno controllo nazionale in questa area.

Una politica estera inglese e non comunitaria
Secondo il leader dei Tories Michael Howard durante il governo Blair la capacità di difendere gli interessi inglesi in politica estera è stata gravemente compromessa. Le relazioni con l'Unione europea sono state mal impostate da Blair mettendo a repentaglio i comuni interessi che legano la Gran Bretagna agli Usa e alla Nato.
I conservatori propongono invece una politica estera e di difesa da svilupparsi nel più ampio contesto dell'alleanza atlantica, senza alcuna velleità o ossessione per un grande unico stato chiamato Europa, bensì convogliando gli sforzi comuni al fine di costruire un'Europa delle nazioni che si impegni per la pace nel mondo.

Opposizione alla Costituzione europea
Dalla posizione adottata fino ad ora, si evince che a prescindere dall'esito delle elezioni nazionali, il partito conservatore inglese, con l'ausilio del piccolo partito euroscettico UKIP, porterà avanti una vigorosa battaglia affinché la Gran Bretagna non inserisca nel proprio ordinamento, per la prima volta nella sua storia, una serie di leggi codificate e scritte in un unico testo, ossia la Costituzione europea.

15 marzo 2005

sabato, aprile 16, 2005

FMI? NO GRAZIE! Mitico NO dell'Argentina

da repubblica

Washington chiede una soluzione per migliaia di risparmiatori colpiti dal "default" dei bond.
Buenos Aires: "Si può stare fuori dall'Fmi"
L'Argentina risponde "no" al G7
'Non rinegoziamo il debito residuo'
I rappresentanti dei cittadini: "La partita non è chiusa"

WASHINGTON - Il G7 chiede ufficialmente di affrontare il nodo delle migliaia di risparmiatori colpiti dal default dei bond che non hanno accettato l'offerta di ristrutturazione, ma l'Argentina tira dritto per la sua strada convinta che anche "fuori dal Fondo esiste vita ed è una splendita vita".

I Sette Grandi vanno in pressing, non a sorpresa, sulla questione degli oltre 24 miliardi di dollari di bond argentini non apportati alla proposta di swap di Buenos Aires, invitando alla rinegoziazione "in linea con le indicazioni fornite dal Fondo Monetario Internazionale" e in "buona fede".

"Il governo non ha allo studio alcuna alternativa per chi è rimasto fuori dall'offerta", risponde da Monaco il presidente argentino Nestor Kirchner, che ripete le posizioni espresse appena due giorni fa al termine di un incontro sulla questione con il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. E non solo, perchè dal paese sudamericano rincarano la dose affermando che "fuori dal Fondo esiste vita ed è una splendita vita", sottolineando quindi di non temere eventuali contromisure dell'Fmi.

Tuttavia, la posizione del G7, rappresenta un fatto positivo per i risparmiatori e e per i mercati, secondo il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, che è soddisfatto per il richiamo a Buenos Aires e per l'appoggio ricevuto al summit sull'argomento. Parole esplicite, quelle contenute nel comunicato finale dei lavori, secondo cui "l'Argentina deve affrontare il resto del debito in default", e che sottointendono il blocco di fatto di nuovi finanziamenti del Fondo a Buenos Aires.

"Abbiamo ottenuto di mettere nel comunicato - dice Siniscalco nella conferenza conclusiva del G7 - uno specifico riferimento alla necessità di affrontare subito insieme alle discussioni col Fondo la questione dei rimborsi del debito che non sono stato oggetto di concambio".

Non a caso i rappresentanti dei creditori italiani prendono la palla la balzo: "la partita non è affatto chiusa e siamo pronti a sederci a un tavolo negoziale", afferma il presidente della task force Argentina, Nicola Stock, che è anche co-presidente del Gcab, il comitato globale degli obbligazionisti del paese latinoamericano.
La posizione del G7, continua Siniscalco, "è molto importante non soltanto per i risparmiatori italiani, ma anche per la credibilità delle istituzioni, per non creare in altri Paesi la volontà di seguire la stessa strada argentina".

Si sarebbe cioè "creato un problema evidente di azzardo morale per altri Paesi, tentati a questo punto di seguire questa via molto pericolosa".

La strada scelta dall'Italia, osserva il ministro, "è eminentemente una strada multilaterale, pur non mancando delle pressioni bilaterali. Incassata la menzione, non è questo il risultato principale che è invece costituito dall'accordo con il Fondo, cioè dal negoziato con il Fondo da un lato e la riapertura delle linee di credito dall'altro. Esattamente questo ha occupato più della metà del mio colloquio di ieri con il direttore del Fmi Rodrigo Rato".

(16 aprile 2005)

EURO, grazie di esistere

Sabato 16 Aprile 2005

Conti Pubblici: Monti, Fortuna Che c'e' l'Euro Che Limita i Tassi

Di (Paj/Pn/Adnkronos)

Venezia, 16 apr. - (Adnkronos) - ''Mi limito a dire che in questa fase di incertezza, e di problemi che emergono con una certa chiarezza per i conti pubblici, dovremmo essere tutti in grado di apprezzare il vantaggio di appartenere all'euro che impedisce a questa situazione di riflettersi maggiormente sui tassi d'interesse, cosa che in assenza delle moneta unica avverrebbe''. Lo ha detto a margine dell'Aspen European Dialogue, oggi al Lido di Venezia, Mario Monti presidente dell'Univesita' Bocconi.

Fazio Senatore a vita

Sabato 16 Aprile 2005

Banche: Sapelli, Ciampi Nomini Fazio Senatore a Vita

Di (Tog/Col/Adnkronos)

Milano, 16 apr. (Adnkronos) - Carlo Azeglio Ciampi nomini Antonio Fazio senatore a vita. A proporre un futuro a palazzo Madama per il governatore della Banca d'Italia e' Giulio Sapelli, storico dell'economia, attuale presidente della Meta Modena e gia' presidente della Fondazione Mps in una intervista alla ADNKRONOS. Sapelli auspica ''un'illuminazione del Presidente della Repubblica: Fazio dovrebbe essere nominato senatore a vita. Sarebbe una soluzione onorevole per un uomo che certo ha avuto dei meriti in passato. Mi rendo conto che sono affermazioni pesanti'', continua Sapelli, ma si tratta di una soluzione che ''salverebbe la Banca d'Italia''. Sapelli vedrebbe bene al posto dell'attuale governatore ''uno degli uomini dell'attuale Direttorio della Banca: Pierluigi Ciocca. E' un bravo storico e un brillante economista: sarebbe un grandissimo banchiere centrale''.

Sabato 16 Aprile 2005

Banche: Sapelli, Ciampi Nomini Fazio Senatore a Vita (2)

Di (Tog/Col/Adnkronos)

(Adnkronos) - La vicenda Antonveneta, continua Sapelli, prova ''la debolezza non del sistema, ma della corporate governance e del concetto di legalita'. Abn Amro, come tutte le banche olandesi, ha una spiccatissima vocazione internazionale, perche' conta su un mercato interno ridotto. Antonveneta e' una banca con contenuti di eccellenza per i servizi alle imprese: gli olandesi vi hanno visto la possibilita' di entrare nel mercato italiano attraverso una via non comune. Hanno trovato un avversario come la Bpl'', che non e' contendibile. ''Quotare qualcosa che non e' scalabile -continua Sapelli- e' un escamotage molto piu' inquietante della finanza creativa''.


Sabato 16 Aprile 2005

Banche: Sapelli, Ciampi Nomini Fazio Senatore a Vita (3)

Di (Tog/Col/Adnkronos)

(Adnkronos) - Meno delicata e diversa dalla vicenda Antonveneta, secondo Sapelli, e' la battaglia in corso per conquistare la Banca Nazionale del Lavoro. ''Gli spagnoli del Bbva -afferma lo storico- sono azionisti storici della banca e credo si siano mossi per dare stabilita' e prospettive di sviluppo a una banca che soffre da tempo di una profonda instabilita'. Non dimentichiamo che non ha un amministratore delegato e che vede due patti, l'un contro l'altro armati''.

Sabato 16 Aprile 2005

Banche: Sapelli, Ciampi Nomini Fazio Senatore a Vita (4)

Di (Tog/Col/Adnkronos)

(Adnkronos) - La difesa dell'italianita' delle banche, secondo Sapelli, e' un problema che non si pone: ''Falsifico il fatto che si debba difendere l'italianita' delle banche -afferma- solo le banche locali, le popolari vere, le casse rurali devono restare italiane'', sulla scia di quanto accade in Germania. Per le banche piu' grandi, continua l'ex consigliere dell'Eni, non ha senso ragionare in un'ottica strettamente nazionale: ''Occorrono banche europee e internazionali con pezzi di azionariato francese, spagnolo, inglese, italiano....dobbiamo far si' invece che in Italia operino banche piu' efficienti per le famiglie e per le imprese''.

Infatti...non drammatizzerei neanche io

Sabato 16 Aprile 2005, 18:21
Borse: Fazio, Non Drammatizzerei Calo

(AGI) - Washington, 16 apr. - Il Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, non mostra eccessiva preoccupazione per il brusco calo subito ieri da tutte le Borse mondiali. "Non starei a drammatizzare", taglia corto al termine del G7. In particolare, secondo il numero uno di Palazzo Koch, il secco ridimensionamento dei listini e' quasi interamente da attribuire alla "caduta del titolo Ibm (NYSE: IBM - notizie) che ha presentato profitti inferiori al previsto. Puo' darsi", aggiunge, "che il price earning si fosse spinto un po' troppo in alto. E tutto cio' si e' riflesso sugli altri titoli tecnologici". Ma, in generale, la situazione resta tranquilla. Si e' trattato di "un semplice aggiustamento", assicura Fazio. Il Governatore sottolinea anche come nel quarto trimestre dell'anno scorso gli investimenti in computer siano aumentati del 50% su base annua". Ed e' dunque "difficile che vadano avanti a questi ritmi se non altro per un effetto di saturazione". Ma lanciare allarmi, sembra concludere il numero uno dell'istituto centrale, appare davvero prematuro, anche perche' l'economia mondiale continua a rimanere in buona salute. (AGI) -

Infatti...perchè dovresti?

Sabato 16 Aprile 2005

Banche: Fazio, Non Ne Parlo

(AGI) - Washington, 16 apr. - "Non parlo di banche". Il Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, evita attentamente di rispondere a qualsiasi domanda sulla situazione bancaria in Italia, dopo le Opa lanciate da Abn Amro (Amsterdam: AAH.AS - notizie) su Antonveneta e da Bbva su Bnl (Milano: BANI.MI - notizie - bacheca) . In particolare, all'inquilino di Palazzo Koch era stato chiesto di commentare il probabile ricorso che Abn si accinge a presentare a Bruxelles contro presunte discriminazioni subite dalla Banca d'Italia. (AGI) -

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Sabato 16 Aprile 2005
Fazio: No Comment Su Italia, Bene Economia Internazionale

(AGI) - Washington, 16 apr. - Il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, appena giunto a Washington per le riunioni del G7 e dell'FMI, evita accuratamente di rispondere a qualsiasi sollecitazione dei giornalisti sull'andamento dell'economia e dei conti pubblici italiani, e si limita ad osservare che "l'economia internazionale va molto bene e quella americana e' in forte espansione. Qui - osserva il numero uno di Via Nazionale - si studia l'economia internazionale, quella italiana si studia a Roma". Poi, di fronte all'insistenza delle domande, si rivolge al suo seguito: "Allora, andiamo", dice; e si allontana. -

venerdì, aprile 15, 2005

L'euro di carta? nel 2010

da lapadania.com

Le incredibili lungaggini dei banchieri europei
Tremonti si arrabbia L'euro di carta dal 2010?

L'ipotesi di banconota da un euro scaturita da un sondaggio
«È inutile l'analisi a lungo termine degli effetti dell'inflazione se poi ci sono tempi così estesi nel valutare una misura che sarebbe efficace per contenerla. In questo caso, davvero il tempo è moneta». Ieri, a margine della riunione dei ministri finanziari Ue, Giulio Tremonti ha duramente criticato la decisione della Banca centrale europea di spostare al 2010 ogni valutazione sull'introduzione della banconota da 1 euro. Una scelta attendista che fa a pugni con il pieno apprezzamento espresso, da quasi tutti i ministri finanziari europei, alla proposta del collega italiano.

[Data pubblicazione: 08/10/2003]

mercoledì, aprile 06, 2005

Ma siiiì! Svendiamo tutto! Almeno bastasse...

originale

"Il Foglio" dell'11 marzo 2005

Lo Stato ha un patrimonio di 1771 miliardi, privatizzare si deve

Le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio sulla privatizzazione di Enel e Poste hanno riportato al centro del dibattito di politica economica la questione del debito. Ciò è senz'altro un bene. E' un bene per ragioni banalmente domestiche. Ed è un bene alla luce della revisione in corso del Patto di Stabilità europeo; una revisione "sofferta" che proprio sul nodo del debito potrebbe toccare direttamente l'Italia.
Intendiamoci, dietro l'angolo del "nuovo" Patto, il cui varo (salvo colpi di scena) è atteso nel Consiglio europeo del 22 marzo, non c'è una stretta significativa su tempi e modalità di rientro per i paesi che, come l'Italia, hanno le posizioni debitorie più alte.
E tuttavia è chiaro che, anche con una riforma complessivamente soft, dopo marzo i riflettori europei saranno puntati sul parametro del debito un po' più di prima. Da questo punto di vista, nell'annunciare le prossime mosse nel campo delle dismissioni, Berlusconi ha giocato d'anticipo. E ha rilanciato con forza un tema di dibattito un po' trascurato negli ultimi mesi, tanto più se si considera che quello del debito prima ancora che un problema di vincoli europei è un grande problema nazionale.
Per effetto del maggiore stock di passività accumulate l'Italia paga ogni anno interessi finanziari pari a circa 2 punti di Pil in più rispetto a Francia e Germania, 30 miliardi di euro in valore assoluto. In altre parole, è come se ogni anno il paese dovesse fare una Finanziaria aggiuntiva rispetto ai suoi principali concorrenti.
Per avere ragione di questo handicap (handicap che contribuisce per la sua parte a rendere il sistema paese meno competitivo) occorre certamente, in primo luogo, generare un adeguato avanzo primario e stimolare la crescita economica con opportuni provvedimenti, ma è essenziale anche privatizzare. Il governo ha presentato in luglio un programma di dismissioni incisive per i prossimi quattro anni con l'obiettivo di portare il rapporto debito-Pil sotto la soglia psicologicamente sensibile del 100%. Ma il programma non è stato seguito da un vero e proprio dibattito, né a destra né a sinistra. E' la conferma, questa, che il tema delle privatizzazioni è difficile da affrontare in Italia. E' un tema dove il pendolo oscilla invariabilmente tra il pregiudizio ideologico e lo scetticismo. Per molti il termine stesso di privatizzazioni è sinonimo di liberismo selvaggio, di quel thatcherismo che a sua volta viene associato ad operazioni socialmente penalizzanti, dimenticando che anche i governi laburisti incluso quello di Tony Blair hanno privatizzato. Per altri, un nuovo ciclo di dismissioni è quasi impossibile perché con la cessione al mercato delle industrie a partecipazione statale il "materiale" pubblico disponibile si sarebbe praticamente esaurito. Pregiudizi ideologici e scetticismo sono alimentati a loro volta da una scarsa informazione sul potenziale di dismissioni a disposizione.. Succede infatti che lo Stato non conosca abbastanza che cosa possiede. Dopo il tentativo della Commissione Cassese nel 1986, solo di recente è stata avviata una radiografia dello stato patrimoniale pubblico, il Conto patrimoniale delle Amministrazioni Pubbliche. Per anni l'Italia si è comportata come una azienda nella quale la direzione finanziaria è divisa a metà e i manager del passivo non parlano con quelli dell'attivo. Il Ministero delle Finanze si occupava della gestione del patrimonio, quello del Tesoro della gestione del debito. Solo con la riforma Bassanini e l'accorpamento dei due dicasteri nell'Economia per la prima volta è emersa l'esigenza di far parlare le due poste dello stato patrimoniale pubblico. E' risultato così che l'attivo italiano è pari al 137% del Pil (1771 miliardi) contro un rapporto debito-Pil del 106,2%. In paesi dotati di una pubblica amministrazione efficiente come il Regno Unito il rapporto attivo-Pil non raggiunge invece il 60% (si è dimezzato in 25 anni di privatizzazioni), analogamente al rapporto debito-Pil. Il che dimostra che uno Stato efficiente e liberale moderno può funzionare con la metà dei beni (e del debito) posseduti oggi dal settore pubblico italiano.
Immobili, concessioni, crediti, infrastrutture materiali e immateriali: se si allarga il perimetro dell'analisi oltre le partecipazioni finanziarie dello Stato che sono state oggetto di dismissione negli anni '90, le stime dicono che c'è molto nell'attivo pubblico e che un nuovo significativo ciclo di privatizzazioni per quanto complesso non è irrealistico. Spesso i beni posseduti dallo Stato costano più di quanto rendono. A chi non è capitato girando per una città come Roma di imbattersi in un palazzo storico semiabbandonato o in una vecchia caserma malutilizzata? Dalla cessione di alcuni beni deriverebbe non solo una riduzione dello stock di debito ma anche un risparmio di spesa e un aumento della crescita grazie alla migliore allocazione delle risorse. Come ha scritto di recente Rainer Masera (Il sole 24 Ore, 24 novembre) l'impiego di tecniche finanziarie innovative, quali ad esempio l'asset liability management, consentirebbe di aggredire il problema del debito cogliendo le opportunità offerte da mercati finanziari sempre più sofisticati. La sfida delle privatizzazioni insomma può essere raccolta.
Alla fine degli anni Ottanta Guido Carli spiegava come "l'unica ricetta che consenta una riduzione del debito pubblico e degli oneri per interessi rispettosa del mercato è l'alienazione dei cespiti patrimoniali posseduti dal settore pubblico". In fondo, aggiungeva Carli, "la Destra storica che ebbe il merito di gestire i primi anni dello Stato unitario fece proprio così". Oltre un secolo dopo la strada per avere ragione del debito e consentire alla nave dell'economia di riprendere la rotta della crescita non è cambiata.

giovedì, marzo 31, 2005

FMI? NO GRAZIE! Mitico NO di Lula

da brasileitalia.net

Parlando a radio e tv, il Ministro dell'economia, Antonio Palocci ha sostenuto che la decisione di non rinnovare l'accordo è già stata inoltrata al direttore del Fondo, Rodrigo Rato.

Il Presidente del Brasile, Luiz Ignazio Lula da Silva ha deciso che non rinnoverà l'accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) in virtù delle "solide fondamenta stabilite dall'economia". In una nota del Governo il Presidente brasiliano prende le distanze dall'alleanza con l'organizzazione che da sette anni, dalla crisi del 1998 e dalla svalutazione della moneta locale dal gennaio del 1999, appoggiava il processo di rinascita economia del Paese.

Parlando a radio e tv, il Ministro dell'economia, Antonio Palocci ha sostenuto che la decisione di non rinnovare l'accordo è già stata inoltrata al direttore del Fondo, Rodrigo Rato . Il politico di origine italiana non ha sottostimato il ruolo del FMI nelle sorti finanziarie del Brasile. Palocci ha ripercorso le tappe di questa relazione a partire da quando il Presidente Lula ha assunto l'incarico di governo nel 2003 "in un momento di grave crisi economica; l'inflazione era fuori controllo, il Brasile si trovava in assenza di sostegno al credito internazionale. In questi due anni e tre mesi - ha detto Palocci - abbiamo realizzato un forte aggiustamento dell'economia per ampliare la competitività e, con coscienza, aumentare la capacità di onorare gli accordi stipulati, all'interno e all'esterno. Allo stesso tempo agiamo con fermezza per il controllo dell'inflazione. Tutti atti che daranno fiducia nel nuovo governo del Brasile", ha concluso Palocci.

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dalla rete

Brazil: “No longer to subordinate to IMF”

Brazil announced Monday that it will not renew the stand-by credit agreement it signed with the IMF in September 2002 because the good shape of the national economy makes it superfluous.

[continua]

lunedì, marzo 21, 2005

Tradire il sinallagma

da investire

Considerazioni sulla tesorieria dello Stato gestita da Bankitalia

Fino al 31/12/2010, la Banca d'Italia esercitera' il servizio di tesoreria per conto dello Stato; l'affidamento del servizio s'intende tacitamente rinnovato di venti anni in venti anni, salva disdetta di una delle parti da notificarsi all'altra parte almeno cinque anni prima della data di scadenza. Cosi' risulta dal R.D. n. 204 del 28/04/1910 e nel caso specifico in seguito a modifiche dell'art. 40 che recita come sopra riportato. L'anno prossimo, 2005, scade il termine per dare regolare disdetta, altrimenti ed automaticamente, per altri venti anni la Banca d'Italia esercitera' l'esercizio di tesoreria per conto dello Stato. Mi sono sempre chiesto: e' mai stata esperita verifica della sussistenza del sinallagma nei rapporti che lo Stato intrattiene con la Banca d'Italia, "servizio di tesoreria" incluso? La moneta viene stampata senza costi, carta, inchiostro, spese generali, consulenze, luce, riscaldamento, stipendi, emolumenti, utenze, costi vari, ecc, tutto viene infatti pagato con la moneta che la banca centrale fa stampare, ovvero che "emette", al puro "costo" tipografico. L'oro e' di "loro", gli azionisti, e c'entra nulla con la moneta fin dal 15 agosto 1971 quando gli USA unilateralmente non si conformarono piu' al dettato degli accordi di Bretton Woods. Ogni e qualsiasi connotazione sinallagmatica nei rapporti passati e presenti, con la Banca d'Italia, il cui capitale sociale e' al 100% in mano privata (cfr. "il Sole - 24 Ore" n. 45 di sabato 16 febbraio 2002 - pag. 7) e che "presta" allo Stato addebitandogli il totale del valore facciale della moneta emessa ed inoltre "riceve" lo stesso ammontare in titoli di Stato. Siamo al 200% dell'addebito e per tutta la durata della circolazione del quantum stampato, l'Istituto di emissione percepisce pure gli interessi nella percentuale che l'istituzione stessa fissa autonomamente.
Per ora non sono molti quelli che si pongono certe riflessioni, addirittura credono che lo Stato sia proprietario della Banca d'Italia S.p.A mentre e' al cento per cento posseduta da banche societa' per azioni. L'on. Nerio Nesi, ex Presidente della Banca Nazionale del Lavoro, durante i lavori della seduta della Commissione Parlamentare che si occupa del credito e del risparmio (radiotrasmissione a cura di Radio Radicale del giovedi' 4 Nov. 2004 h. 16), si cosa potrebbe accadere se un azionista della Banca d'Italia, durante la "messa cantata, espressione gergale per indicare l'approvazione annuale del bilancio della Banca Centrale, il 31 maggio di ogni anno, alla domanda del Governatore, rivolta ai "partecipanti al capitale" (vulgo: azionisti): "Approvate il Bilancio?" rispondesse negativamente? Nesi inoltre rimarcava che a suo avviso tale eventualita' sia connaturata alla composizione al cento per cento privata della B.d'I. Inoltre osservava che Credit Agricole, banca francese, e' azionista di Banca Intesa, a sua volta azionista della Banca d'Italia, ma cosa c'e' da meravigliarsi?. Nerio Nesi non si occupa delle modalita' amministrative intercorrenti fra la B.d'I. e lo Stato italiano, cosa non secondaria, perche' solo interessato a chi gestisce il potere, non gia' a come e perche' lo si gestisce indebitando lo Stato ogniqualvolta questi chieda moneta che mai ha pensato di stampare esso stesso. Nesi rispondendo pubblicamente a Bertinoro (Forli') 1998, ad un quesito sulla Banca d'Italia, ebbe a rispondere che tutte le banche centrali sono fatte cosi'.. come dire che una malattia cessa di essere tale se l'hanno tutti. Vorrei che potessimo fare informazione in ordine alla perenza del termine per notificare disdetta del servizio di tesoreria per riformulare le condizioni del servizio di tesoreria per conto dello Stato incardinandolo sulla piena sinallamaticita' del rapporto fra lo Stato e la banca centrale, cosi' si potrebbe aprire la strada che porta alla sovranita' popolare della moneta. Il Comune di Forli', nella delibera che affidava a terzi la gestione del canile municipale, affermava soddisfatta la doverosa sussistenza della mutua circolarita' di diritti di doveri che riguardavano le parti. Pongo il seguente quesito: se un Comune s'impegna a verificare la sinallagmaticita' nell'affidamento della gestione di un canile a terzi, si puo', legittimamente, chiedere di non procedere ad automatico rinnovo del "servizio di tesoreria per conto dello Stato" e preliminarmente sottoporre a verifica l'impianto dei rapporti fra lo Stato Italiano e la Banca d'Italia, alla luce del concetto di sinallagma? Inoltre perche' non affidare alle Poste Italiane S.p.A tale servizio che fra l'altro svolgerebbe senza l'onere da parte dello Stato di dovere assicurare Carabinieri di guardia alle filiali e succursali della Banca d'Italia S.p.A.? I deputati ed i Senatori ne sanno qualcosa? Vogliamo parlarne? Con grata amicizia.
Vittorio, da Forli

sabato, marzo 19, 2005

Chi ha orecchie per intendere...

da yahoo
Sabato 19 Marzo 2005, 19:21
Conti Pubblici: La Malfa, La Bocciatura e' Una Piccola Cosa
Di (Rfi/Rs/Adnkronos)
Cremona, 19 mar. (Adnkronos) - "La bocciatura di Eurostat dei conti italiani, direi che e' una piccola cosa. Si sa che e' una questione di sola e mera contabilizzazione. Quello che invece preoccupa sono i parametri del patto di stabilita'". Ha risposto cosi' Giorgio La Malfa a giornalisti che gli chiedevano un commento sulla situazione economia italiana. "Tutti sanno - ha detto La Malfa che quei patti di stabilita' non possono essere sostenuti dal nostro paese come del resto anche da altri nazioni dell'Unione Europa. Bisogna, invece, che il governo guardi con molta attenzione a quello che e' l'operato della B.C.E. che nel governare l'euro rischia veramente di creare grossi problemi al nostro paese".

La quadratura del cerchio

da comedonchisciotte
DENARO SPORCO LO SCANDALO PUNTA A SHARON E AL GRUPPO MEGA
Postato il Sabato, 19 marzo @ 01:30:00 EST di davide

DI DEAN ANDROMIDAS

La mattina del 6 marzo scorso, la polizia israeliana ha perquisito la filiale 535 della Banca Hapoalim, la maggiore banca israeliana, ed ha arrestato 22 impiegati e direttori di banca, in quella che la polizia israeliana chiama la più grande operazione anti-riciclaggio nella storia del paese. Nello stesso tempo, dall'altra parte della città, lo stesso giorno, la polizia ha perquisito gli uffici dell'oligarca russo in esilio Vladimir Guzinsky, alla ricerca di prove incriminanti relative al riciclaggio di denaro. Inoltre è stato annunciato che l'ambasciatore israeliano a Londra, Zvi Hefetz, ex socio d'affari di Guzinsky, sarà interrogato a proposito della sua possibile posizione all'interno del caso. Un professore di economia israeliano ha detto a EIR (Executive Intelligence Review) che tutti sapevano che la filiale 535 era uno dei centri più importanti del riciclaggio. La domanda è: "Perché la cosa viene fuori adesso?". Egli ha commentato che il coinvolgimento di Guzinsky e Hefetz punta direttamente a Sharon. "Hefetz venne nominato ambasciatore a Londra da Sharon" nonostante il fatto che egli parli un'inglese stentato e tutti sanno quanto Guzinsky sia vicino a Sharon. Questo caso mostra al mondo intero il "nesso tra crimine e politica in Israele".

Ma c'è molto di più che la semplice dimostrazione dell'infinita corruzione di Sharon. Una fonte dell'intelligence israeliana ha detto a EIR: "Questo non è un caso locale, è un caso internazionale; è il fatto più importante attualmente in Israele".

Lo statista americano Lyndon LaRouche ha collegato lo scandalo all'imminente collasso del dollaro. Parallelamente a questo collasso, alcune fonti della finanza svizzera e inglese puntano all'attacco da parte dell'amministrazione Bush al Medioriente e a certi altri sviluppi che hanno scatenato un terremoto nei centri internazionali del riciclaggio di denaro. Quando accadono questi terremoti, le automobili esplodono, i maggiori partecipanti vengono assassinati e le banche subiscono delle irruzioni.

Una fonte anziana della City di Londra collega il caso della Banca Hapoalim al recente assassinio del primo ministro libanese Rafik Hariri, dicendo: "La mia opinione su quanto sta accadendo in Israele e nel Libano è che non si tratta solo di qualcosa che ha a che vedere con la sfera geopolitica, ma anche con quella finanziaria. Il retroterra di questi sviluppi è il fatto che la parte greca di Cipro è entrata nell'Unione Europea nel maggio 2004. Quello che seguì fu la dismissione di Cipro come centro finanziario per la criminalità organizzata, per i trafficanti di droga e per i riciclatori di denaro sporco, specialmente per quanto riguarda il settore russo di queste attività. Quindi occorreva trovare dei centri alternativi per queste attività. Nella regione, Beirut e Tel Aviv diventano delle alternative attraenti, cosa che può spiegare i recenti avvenimenti nelle due città".

Il brutale assassinio di Hariri non ha solo fatto saltare la pacifica risoluzione della crisi siro-libanese, ma ha distrutto il progetto di Hariri di far ridiventare Beirut il maggior centro finanziario internazionale che rappresentava, prima della guerra civile degli anni 1970 e 1980, per i capitali europei e del sud-ovest asiatico. Nei mesi precedenti la sua morte, Hariri aveva viaggiato in Russia dove aveva proposto che la Russia stabilisse una banca per il commercio estero a Beirut. Aveva anche proposto una larga cooperazione nei settori del gas, della raffinazione del petrolio e dei progetti immobiliari in Russia, nel Libano e nel resto del sud-ovest asiatico.

Se il Libano finisce ancora una volta in una guerra civile, questi flussi di capitali, che avrebbero potuto essere impiegati per uno sviluppo economico reale nella regione, saranno impiegati per pompare artificialmente l'infausto sistema finanziario internazionale "globalizzato".

Un analista finanziario svizzero ha convenuto con quanto descritto, ma ha aggiunto che anche Ginevra è un maggiore - se non il preferito - centro finanziario del crimine organizzato. Egli ha fatto riferimento al recente assassinio, simile ad una esecuzione mafiosa, del banchiere francese Edouard Stern nel suo appartamento di Ginevra. Stern non era un banchiere qualsiasi, ma il genero ed apparentemente l'erede, di Michel David Weill, il presidente della Lazard LLC, una delle più importanti e malvagie banche del mondo. Secondo alcune fonti, Stern, che aveva una sua società finanziaria, era il "banchiere ombra" di Lazard. "Lui faceva cose che Lazard non poteva fare, ed è stato ammazzato nel durante".

Così come per i neo-conservatori ed i loro complici finanziari, la cui politica è di impadronirsi del petrolio e delle risorse naturali di una regione lasciandola nel caos e nella guerra. Come uno degli stati delle crociate di Venezia, Tel Aviv sta divenendo il centro finanziario "globalizzato" della regione. I lacché, come Sharon ed il ministro delle finanze israeliano Benjamin Netanyahu, sono fin troppo compiaciuti nell'ubbidire.

Questa politica neo-conservatrice ha raggiunto il suo apice con la nomina a governatore della banca centrale israeliana dell'americano-rodesiano Stanley Fischer. Un ex vice-direttore del Fondo Monetario Internazionale, Fischer è un protetto della scuola fondamentalista di Chicago sul libero mercato. Per più di 20 anni, Fischer è stato il "sicario economico" di George Shultz, con il compito di trasformare Israele in un'area fondamentalista dell'economia del libero mercato. Come vicedirettore del FMI negli anni 1990, Fischer più di qualunque altro fu responsabile del collasso del processo di pace, imponendo politiche fondamentaliste di libero mercato nella regione (vedi EIR, 21 gennaio 2005).

LA GALLERIA DELLE CANAGLIE DIETRO ALLA BANCA HAPOALIM...

Uno sguardo a chi si nasconde dietro alla Banca Hapoalim rivela la galleria delle canaglie dei libero-marchettari e dei loro compari che stanno guidando questa politica e che controllano sia Sharon che Netanyahu.

La Banca Hapoalim (BH) in ebraico vuol dire "Banca dei Lavoratori" e faceva parte della federazione sindacale "Histadrut",nel tempo in cui lo Stato israeliano giocava un ruolo centrale nell'economia. Venne privatizzata (NdT: anche in Israele devono riciclare i proventi del signoraggio) nel 1997, quando Netanyahu era primo ministro. Un pacchetto azionario di controllo della banca finì al consorzio finanziario americano che dà ordini sia a Sharon che a Netanyahu.

Questo consorzio, che si intascò più del 30% delle azioni, era guidato da Ted Arison, un ex trafficante di armi di quando Israele non era ancora uno Stato. Arison fece la sua fortuna con la flotta "Carnival Cruise Lines" che gestiva dei casinò galleggianti. Venne aiutato in questo progetto da Meshulam Riklis, un altro gestore di casinò. Riklis e Arison finanziavano sia la carriera che la vita privata di Sharon. Riklis dette a Sharon i soldi per comprare il suo infame ranch "Sycamore". Poiché ora Arison è morto, le sue azioni sono detenute dalla sua altolocata figlia Shari Arison.

Gli interessi di Arison sono rappresentati da Shlomo Nehama, che è il presidente della banca. Nehama è uno dei "consiglieri ufficiosi" di Netanyahu. Come disse un esperto israeliano: "Nehama è più importante di un consigliere ufficiale; quando Nehama parla, Netanyahu ascolta". Arison comprò il 20% della banca e trovò degli amici nel cosiddetto "Mega Group" che venne fondato da Charles e Edgar Bronfman e che comprende dei ricchi filantropi americani ebrei che sono anche i finanziatori della destra americana e della lobby pro-israeliana di destra. Tra questi troviamo:

* Michael Steinhardt, membro del Mega Group, fondatore del Consiglio della Leadership Democratica (contraria a LaRouche), che è il mecenate dietro a Joe Lieberman. Il padre di Steinhardt era il commercialista del padrino della criminalità organizzata Meyer Lansky, attività per la quale finì in galera. Steinhardt usò i soldi del padre per creare una serie di enormi fondi altamente speculativi (hedge fund) che dopo rivendette, sul presupposto che avrebbe devoluto il suo tempo alla "filantropia". Come proprietario della "Israeli Maritime Bank", fece un mutuo sul ranch di Ariel Sharon dove è spesso un ospite.

* Leonard Abramson, fondatore della "HMO U.S. Healthcare". Poco dopo che Sharon venne incaricato come primo ministro nel 2001, Abramson era uno degli ospiti della fattoria di Sharon che parlava del lancio di una offensiva di propaganda seguendo un piano dei falchi guerraioli israeliani che volevano affondare definitivamente gli accordi di Oslo. Poco dopo esser tornato negli USA, Abramson si incontrò con gli amici del Gruppo Mega, Edgar Bronfman e Steinhardt, dopo di cui venne lanciata una vasta operazione di propaganda chiamata "Educazione per il Medioriente" (Education for Middle East), chiamata anche con l'acronimo "Emet", che significa "verità" in ebraico.

* Charles Schusterman, membro fondatore del Mega Group e fondatore della società petrolifera indipendente "Samson Resources". Egli era uno dei maggiori finanziatori dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la lobby della destra israeliana che è attualmente sotto indagine da parte dell'FBI con l'accusa di spionaggio. Poiché egli è deceduto, le sue azioni nella Banca Hapoalim sono oggi in mano agli eredi.

* Lewis Ranieri, che possiede il 3,4% della banca, non è un membro del gruppo Mega e non si spaccia per un filantropo. Negli anni 1980, lavorando alla Solomon Brothers, egli fu l'inventore dei titoli garantiti da ipoteche (NdT: simili in Italia ai "MyWay4You"). Fu probabilmente il più grande responsabile del collasso delle banche del circuito "Savings and Loan" negli anni 1980, e dell'attuale bolla immobiliare il cui collasso minaccia di tirar giù l'intero sistema finanziario. Ranieri creò la sussidiaria di New York della Banca Hapoalim, la "Signature Bank", usando dai 50 ai 60 ex manager della vecchia banca di Edmond Safra "Republic National Bank" (BofNY). (NdT: Safra morì bruciato vivo nella sede di Montecarlo della sua banca nel 1999. In Italia ufficialmente esisteva solo un ufficio di rappresentanza a Milano, in Piazzale Cadorna. Ma in realtà vi erano dei conti titoli attivi, con indirizzi in Italia, presso la clearing-house Clearstream del Lussemburgo)

* Danny Dankner, un israeliano, è l'altro maggior azionista. I Dankner ed il loro impero commerciale di famiglia, sono tra i "baroni rapinatori" che hanno profittato immensamente dalla privatizzazione del settore statale israeliano, usufruendo dei loro compari: da Sharon a Netanyahu e giù giù nei gangli del governo israeliano. I Dankner hanno anche profittato vincendo dei contratti da Sharon per costruire insediamenti nei territori occupati.

Gli osservatori finanziari hanno contestato il fatto che solo due settimane prima che la polizia irrompesse nella banca, questo consorzio vendette 250 milioni di dollari in controvalore di azioni della banca. Infatti, da ottobre, questi squali hanno pompato il valore delle azioni del 100% attraverso la mobilitazione di investitori istituzionali americani, per la maggior parte fondi pensione, per comprare azioni della Banca Hapoalim quando il prezzo era molto basso. Il fatto che l'alta direzione conoscesse che una indagine potenzialmente pericolosa era in corso, ha fatto inarcare le sopraciglia a più di uno dei protagonisti dei circoli finanziari e giudiziari.

... E LA "MAFIYA RUSSA"

Fino ad ora nessuno di questi bei tomi, i veri zanza, è finito sotto indagine: solo i direttori di banca, gli addetti allo sportello, vari impiegati ed alcuni clienti sono stati arrestati. Ciononostante la polizia ha congelato i circa 400 milioni di dollari tenuti su più di 180 conti, appartenenti a 18 clienti, sospettati di essere stati usati per riciclaggio di soldi sporchi. Si ritiene che siano coinvolti circa 200 clienti. Molti dei sospetti includono degli oligarchi russi, dei padrini della Mafyia russa e degli uomini d'affari israeliani e stranieri. La Francia collabora pienamente e la sede di Parigi della Banca Hapoalim è nel mirino della polizia.

I soldi della mafia russa hanno trovato alloggio in Israele, negli ultimi dieci anni, arrivando non solo all'interno del sistema bancario israeliano ma anche a finanziare le campagne politiche di vari politici israeliani ben in vista.

Commentando questi fatti, Guy Rolnik scrisse in un articolo del 9 marzo nel giornale Ha'aretz: "All'inizio degli anni 1990, le grandi banche israeliane scoprirono una nuova entità geografica... la Russia. Ogni pochi mesi, qualche nuova celebrità russa, ovviamente ebrea, visitava Israele portando decine di centinaia di milioni di dollari. Le banche non annoiavano questi dignitari con domande fastidiose: semplicemente aprivano delle divisioni speciali intitolate all'Europa dell'Est".

I sospettati più interessanti, in quest'ottica, sono vari oligarchi russi che vivono in Israele perché ci sono dei mandati di cattura, per loro, in Russia ed in altri paesi. Questa lista è impressionante:

* Vladimir Guzinsky, ex barone dei media russi e banchiere. Egli è ricercato dalle autorità russe per frode ed evasione fiscale. Questo non ha colpito la sua carriera affaristica in Israele, dove possiede il 30% del secondo più importante quotidiano israeliano: il Ma'ariv. Il suo socio è l'ex agente del Mossad e trafficante di armi dell'era Iran-Contra, Jacob Nimrodi. I due sono buoni amici di Sharon e Netanyahu.

* Leonid Nevzlin, che anch'esso venne esiliato in Israele a causa di un mandato di cattura russo per omicidio, era un socio nella società capogruppo Menatep con Mikhail Khodorkovsky, l'ex capo della compagnia petrolifera Yukos Oil e che attualmente è sotto processo in Russia, dove è accusato di vari crimini finanziari (NdT: da quando Khodorkovsky è in stato di detenzione, le sue funzioni vengono svolte dal Barone Rothschild - tanto per chiudere il cerchio).

* Arcadi Gaydamak è un russo-israeliano che è ricercato dai francesi per frode. Egli fece la sua fortuna nel traffico delle armi, specialmente in Angola.

Dove arriverà questa indagine? Le autorità suggeriscono che almeno un'altra banca è sotto indagine. Un esperto economico israeliano ha fatto la congettura che l'indagine fosse un tentativo per "ripulire" la reputazione di Israele dall'etichetta di paradiso del riciclaggio, in modo da attrarre i grandi giocatori del mercato finanziario globalizzato. Naturalmente questo significa che i "rapinatori" che hanno approfittato maggiormente dagli sporchi accordi della privatizzazione e dall'economia grigia israeliana, verranno rietichettati come "baroni rispettabili".

Se questo è il caso, un buon inizio per la pulizia sarebbe di disfarsi di Sharon. Una recente indagine di mercato, commissionata dal quotidiano Ha'aretz, ha rivelato che il 62% degli israeliani considera Sharon come "corrotto".

DEAN ANDROMIDAS
Fonte:www.larouchepub.com
Link:http://www.larouchepub.com/other/2005/3211hapoalim.html

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARCO SABA

Questo articolo è apparso nell'edizione del 18 marzo 2005 della EIR (Executive Intelligence Review):

mercoledì, marzo 16, 2005

Addio alla moneta da 5 centesimi

da ticinonline
SVIZZERA

Sparisce la monetina da 5 centesimi

Troppo alti i costi di produzione

I costi di produzione (come quelli del centesimo) superano il valore della moneta. Di conseguenza addio monetina da 5 centesimi.

BERNA - Il presidente della Banca Nazionale Jean Pierre Roth ha confermato la notizia diffusa a gennaio sul fatto che la monetina da 5 centesimi è destinata a scomparire.

I costi di produzione (come quelli del centesimo) superano il valore della moneta, e ciò giustificherebbe di conseguenza la sua sparizione.

Stando a quanto riferito in precedenza dal direttore di Swissmint (ex zecca federale) Kurt Rohrer, i 5 centesimi saranno ritirati non prima dei prossimi due o tre anni.

lunedì, marzo 14, 2005

BCE in continua perdita

da repubblica.it
BCE: NEL 2004 PERDITE PER 1,64 MLD; PESA EURO FORTE

(AGI) - Roma, 14 mar. - Secondo bilancio consecutivo in rosso per la Banca centrale europea che ha chiuso il 2004 con perdite per 1,636 miliardi di euro che seguono i 477 milioni del 'rosso' 2003. Le perdite, sottolinea l'istuto centrale di Francoforte, "sono dovute principalmente all'evoluzione dei tassi di cambio che ha colpito soprattutto il valore delle riserve in dollari".

venerdì, marzo 11, 2005

Conti in tasca

da repubblica.it
Istat: il Pil nel 2004 è cresciuto dell'1,2%

ROMA - Nel 2004 la crescita del Pil è risultata pari all'1,2 per cento, segnando un'accelerazione rispetto alla dinamica dell'anno precedente (più 0,3 per cento). Lo ha comunicato l'Istat, precisando che il dato è calcolato a prezzi costanti su base 1995 e considerando le cinque giornate di lavoro in più dello scorso anno rispetto al 2003. Il dato è conforme alle previsioni del governo. Il valore del Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.351.328 milioni di euro correnti, con un aumento del 3,9 per cento rispetto al 2003.

La crescita è stata trainata dalla spesa delle istituzioni sociali private e esportazioni di beni e servizi (ambedue +3,2 per cento). Per quanto riguarda il valore aggiunto per attività economica, spicca l'agricoltura con +10,8 per cento, mentre l'industria in senso stretto resta ferma con +0,1 per cento e le costruzioni segnano +2,7 per cento (industria incluse le costruzioni: +0,6 per cento), i servizi +1,2 per cento.
(2005-03-11 10:08:47)

mercoledì, marzo 09, 2005

Ora ci siamo! quasi quasi, piano piano...

da repubblica.it
Il procedimento è partito su richiesta della Consob
Benvenuto (Ds): "Finalmente si inizia a far luce sulla vicenda"
Bond argentini, sanzioni in arrivo per Intesa e Unicredit
Per la prima banca il provvedimento è già stato adottato
Per la seconda è in corso di adozione (di ROSARIA AMATO)

ROMA - La Consob ha chiesto al ministero dell'Economia l'adozione di sanzioni per Banca Intesa e Unicredit in riferimento al collocamento dei bond argentini. Per il primo istituto la sanzione è già scattata mentre per Unicredit un provvedimento è in corso di adozione. Lo si legge nella risposta del ministero dell'Economia fornita ad una interrogazione di Giorgio Benvenuto (Ds) al question time in Commissione Finanze della Camera.

"Finalmente il governo risponde alle nostre domande e si comincia a far luce sul crac dei bond argentini", commenta il parlamentare Ds. La richiesta della Consob, dice ancora Benvenuto, è stata inoltrata al governo a dicembre. "La Consob aveva ricevuto diversi ricorsi - spiega - e ha agito di conseguenza. Certo, se il Tesoro avesse risposto un mese fa, prima dell'approvazione della legge sul risparmio, forse non sarebbe stato respinto il nostro emendamento che prevedeva che le banche si facessero carico del 50 per cento dei bond che avevano collocato presso i risparmiatori".

"Per quanto concerne il collocamento presso gli investitori delle obbligazioni argentine, - si legge nella risposta fornita dal ministero - si precisa che la Consob ha chiesto a questo dicastero due proposte di sanzioni a carico di due banche, le quali risultano non aver rispettato le norme di corretta prestazione dei servizi di investimento, con particolare riferimento alla vendita a propri clienti di obbligazioni emesse dal Governo argentino".

Il comportamento giudicato illegittimo dalla Consob e dal governo consiste nel collocamento dei bond argentini presso i piccoli risparmiatori in un periodo in cui era già chiaro che il Paese sudamericano non sarebbe riuscito a far fronte alle obbligazioni. "Il periodo considerato è di tre anni, a partire dal '98 - dice ancora Benvenuto - e comunque, dal mio viaggio in Argentina, io ho appurato che questi titoli non sarebbero mai dovuti finire nelle mani dei piccoli risparmiatori: al momento dell'emissione il governo di Buenos Aires aveva detto chiaramente che erano destinati agli investitori istituzionali".

Preso atto che anche governo e Consob riconoscono l'illegittimità del comportamento delle banche collocatrici (di due, per il momento), Benvenuto annuncia: "Inviteremo i risparmiatori a far valere le loro ragioni in tribunale".

L'amministrazione delegato dell'Unicredit, Alessandro Profumo, per il momento preferisce non commentare la notizia delle sanzioni. Avvicinato a Francoforte, a margine di un convegno organizzato nella città tedesca dall'Unicredit, Profumo ha risposto che "prima di commentare, devo vedere bene".

(9 marzo 2005)

lunedì, marzo 07, 2005

Ehi, Americano! Apri gli occhi!

da comedonchisciotte

IL BICCHIERE IN FRANTUMI (...E IL LATTE VERSATO)

E se la nostra vita fosse in pericolo a causa di ciò che crediamo sia sano?

DI JOHN KAMINSKI

Nell’oscurità l’unico suono percepibile era la voce di una donna al telefono intenta a delineare il suo programma atto a risvegliare una cittadinanza addormentata attraverso l’accurata versione video del crimine del secolo. Ma quando un uomo ascolta una donna, spesso finisce per non udire più le parole perchè perso tra le trame indefinite delle proprie memorie.
Mi rivedo nella cucina della mia infanzia cinquant’anni orsono. L’enorme bicchiere di latte che prendevo prima di andare a letto era caduto accidentalmente sul pavimento della cucina, ed il suo contenuto si era rovesciato creando una macchia informe tipo test di Rorschach in bianco sul linoleum a scacchi. Mi piaceva il latte, le dissi. Ma dalla voce in linea trapelava il disappunto: nessun animale adulto beve latte; non fa bene, in quanto l’eccesso di proteine imputridisce nel tratto digestivo catalizzando ogni sorta di sostanze debilitanti.

E così abbiamo appreso che quell’alimento che credevamo tanto prezioso per il nostro benessere può invece essere fonte insospettata di malesseri vari, per non parlare di malattie gravi. Quest’immagine passeggera, il ricordo di un bicchiere andato in frantumi porta alla realizzazione di come, in mancanza di un’informazione corretta, siamo noi stessi a mettere a repentaglio le nostre vite per mera ignoranza dei fatti di base. L’immagine ha preso forma nei miei pensieri all’ascoltare il discorso della donna circa la necessità di convincere la gente del fatto che i responsabili dell’11/9 altri non sono che i nostri stessi leaders. Un lavoretto interno ai danni del popolo americano. Da qui la seguente considerazione: quello che pensavamo essere buono e puro può rivelarsi, in mancanza di un’informazione adeguata, un veleno che ci troviamo a buttar giù spontaneamente e volentieri.

Xoxoxoxo

Mi sono soffermato a lungo sul trauma lancinante che è stato l’11/9: chiave per comprendere passato e futuro della storia d’America. Se scegliete di accettare la versione ufficiale di questi eventi orribili, continuate ad ingerire un veleno che ha già ucciso milioni di persone innocenti e che continuerà a farlo. Quando inizierete a prenderete in considerazione l’ipotesi che siano stati i nostri leaders ad orchestrare con fredda determinazione l’intera tragedia semplicemente per portare avanti i loro avidi propositi, scoprirete un retroscena sconvolgente riguardo al comportamento predatorio degli Stati Uniti, lungo la sua mistificata storia sanguinaria, ma anche ovviamente in relazione ad un futuro terrificante basato su quanto i leaders d’America assetati di potere hanno pianificato per il resto del mondo nei mesi e negli anni a venire. Eppure la maggioranza degli americani, distratti volentieri da preoccupazioni più terra terra come bambini e conti in banca, non possono – o non vogliono – accorgersene, nonostante la valanga di prove che potrebbero, se potessimo contare su un sistema giudiziario non corrotto, condannare migliaia di uomini ricchi e famosi per crimini decisamente gravi.
Limitati intellettualmente grazie ad un sistema d’istruzione fatto su misura per tutti e costantemente sviati da media da baraccone che ignorano deliberatamente fatti negativi quali le elezioni prestabilite e le medicine tossiche, buona parte del popolo americano semplicemente non riesce a concepire come i suoi leaders possano essere gentaglia simile, alla stregua di criminali sociopatici.

Come avrebbe mai potuto il Presidente Bush, che fa fremere i cuori delle signore dai capelli azzurrini di tutta l’America e invia comitive di predicatori superficiali coi loro sermoni da visionari falsati ad hoc, aver diretto l’assassinio di 3.000 americani solo per raggiungere a modo suo degli obiettivi geopolitici?
Per molti americani che hanno giurato devozione alle chiese e al loro paese, l’idea è troppo assurda per essere presa sul serio. Eppure questa devozione, basata su informazioni false è per molti (compresi quei molti americani che sono stati persuasi a combattere fisicamente per la patria) uno sbaglio fatale.

Tuttavia quando apriamo le nostre menti all’infinita sequela di menzogne - le torri che non potevano crollare a seguito di un impatto aereo, le telefonate che non potevano essere effettuate con la tecnologia attuale, i cosiddetti arabi mai apparsi sulle liste passeggeri (presumibilmente musulmani devoti che mangiavano carne di maiale e frequentavano gli spogliarelli), l’edificio crollato senza una ragione, la difesa aerea che non riesce ad intervenire, le bugie deliberate, l’ostruzionismo sulle indagini, i video confiscati e le cassette che avrebbero chiaramente dimostrato quanto accadde, e vari altri frammenti del quadro che non quadreranno mai anche in milioni di anni, nutriamo il sospetto che sotto ci sia qualcosa di profondamente sbagliato, al di là da ogni credo professato.
Che la pura verità e nient’altro che la verità ci sia stata negata.
Inoltre ricordiamo frammenti di storia che ancora non riusciamo a mandar giù. Si scoprono i retroscena.

Lo storico Williamo Blum resta il migliore nel descrivere queste questioni. “Dal 1945 al 2003, gli Stati Uniti hanno cercato di soverchiare più di 40 governi esteri, e di schiacciare più di 30 movimenti populisti-nazionalisti in lotta contro regimi intollerabili. Nel loro intento, gli U.S.A. hanno bombardato almeno 25 paesi, provocando la morte di svariati milioni di persone, e condannandone molti altri ad un’esistenza di agonia e stenti”.
Tuttavia non occorre passare in rassegna i libri di storia per assaporare l’amaro boccone fatto di genuina storia americana. Basta solo lasciar perdere i quotidiani e guardare altrove per imbattersi in notizie inalterate circa i genocidi americani che stanno avendo luogo proprio oggi in Palestina, Iraq, Haiti, Colombia, Serbia, Afghanistan e per tutta l’Africa e Asia. Questo per farsi un’idea precisa sul modo in cui l’America funziona veramente.

E’ sempre uno shock per me constatare che la maggioranza della popolazione americana attuale non era ancora nata ai tempi del Watergate, figuriamoci durante l’ondata di assassinii dell’anni sessanta – tutti messi a punto dalla medesima fazione demoniaca del governo U.S.A. che esercita i suoi impulsi assassini su tutti noi al giorno d’oggi. Dunque per voi giovani vittime del sistema scolastico pubblico americano lasciatemi raccontare solo un poco della storia contemporanea del vostro paese che forse, presi dal vostro coma consumistico indotto dai media, vi è sfuggita.

Pochi americani sanno che il coinvolgimento dell’America nella Prima Guerra Mondiale è scaturito dal raggiro volontario passato alla storia come l’affondamento del Lusitania: nave passeggeri che venne silurata da un sottomarino U-boat tedesco. L’episodio mutò la posizione dell’opinione pubblica in America che da neutrale si proclamò favorevole alla guerra. Furono 128 gli americani che persero la vita e l’America entrò così in guerra ma solo dopo aver provveduto a nascondere che il Lusitania trasportava munizioni in Gran Bretagna e che la notizia era stata fatta trapelare di proposito all’intelligence tedesca per assicurarsi un’indignazione esemplare da parte della dignità americana.

Diversi storici reputano che questo periodo abbia in realtà segnato il tramonto della repubblica visto che il più importante atto legislativo mai approvato nella storia americana, il Federal Reserve Act, ha da allora concesso il controllo della moneta ai banchieri privati, i quali non hanno mai smesso di istigare conflitti al solo scopo di fare un sacco di soldi. Questo processo rimane pietra angolare dell’economia americana ed è ragione per cui puoi crogiolarti nelle tue auto inflitte trivialità mentre il resto del mondo piange per sempre milioni di morti ammazzati a causa della macchina da guerra americana.

La Seconda Guerra Mondiale ha avuto inizio da un processo praticamente identico. Gli americani non volevano saperne di prender parte ad un ennesimo conflitto europeo, ma adesso sappiamo che Franklin Roosvelt provocò i giapponesi al punto da indurli ad attaccare Pearl Harbor, fornendo l’indispensabile presupposto d’oltraggio e il sostegno a quei milioni che andavano a morire affinchè i banchieri potessero far soldi con la migliore fabbrica di denaro di tutte: quella della guerra.

Poi ci fu il Vietnam. Ne avrete già sentito parlare. Il famoso incidente del Golfo del Tonchino, nel quale a quanto pare i vietnamiti aprirono il fuoco contro una nave U.S.A., non è mai accaduto. Un episodio inventato di sana pianta ha innescato vent’anni di sofferenza per tutti e ammazzato fino a quattro milioni di persone. Tuttavia i banchieri che diedero inizio a questi fatti finirono per far la figura dei banditi che sono. Prestarono addirittura soldi ai russi per la fornitura di armi ai Viets al solo scopo di prolungare il più possibile quell’operazione lucrosa. La maggior parte di voi ricorderanno ancora Saddam, l’informatore iracheno messo al potere dagli americani e, trent’anni più tardi, additato come l’incarnazione di Adolf Hitler.I nostri leaders ci hanno detto che Saddam possedeva armi di distruzione di massa e così l’abbiamo bombardato. Adesso sappiamo che tali armamenti non li ha mai posseduti, ciò nonostante continuamo a borbardare.

Ci hanno detto che i malefici fautori dell’11/9 si erano nascosti in Afghanistan e allora abbiamo bombardato. Quando si è presentata l’occasione per catturarli non l’abbiamo voluto fare e anzi abbiamo continuato a bombardare. Che razza di bugie andate contandovi, che l’America è la terra della libertà e la casa dei coraggiosi? Raccontate ancora queste storie ai vostri figli? L’America è la terra di razzisti assassini di massa. E voi sventolate le vostre bandierine e sorridete mentre il resto del mondo sanguina!

Se l’11/9 rappresenta la chiave per capire la storia d’America, la vostra stessa ignoranza su come l’America si è comportata nel tempo è la chiave per capire come l’America stia da sempre violentando e prostituendo il mondo. E voi sorridete. Col vostro silenzio, ci rendiamo tutti complici di questi crimini, perchè noi abbiamo eletto questi folli. Ognuno di loro. I veri folli siamo noi.

Comprendere tutto questo e quanto accaduto nelle vicende americane all’estero è possibile facendo luce sui fatti dell’11/9. L’America avvista un bene prezioso di suo interesse, si mette d’accordo coi pezzi grossi delle corporazioni su come rubare tali ricchezze per conto dei grandi donatori in campagna elettorale, s’inventa una storia falsa circa gravi minacce al popolo americano e poi se ne va ad uccidere milioni di persone. L’America uccide i suoi stessi figli e figlie a migliaia solo per il gusto di far sembrare vero quello che racconta. E voi sorridete.

Ecco la chiave per capire. La vostra complicità in un omicidio di massa. Guardatevi allo specchio. E rendetevi conto che vostro standard opulento di vita altro non è che il risultato diretto di tutte quelle persone che sono state ammazzate, che stanno morendo adesso mentre stiamo parlando, nel vostro nome. Voi siete gli assassini di massa. E voi sorridete. E mentite davanti a quanto è accaduto veramente. Così si fa in America. E’ sempre stato così.

Facciamo un brindisi allora. Alla vera giustizia d’America. Alla storia vera. Al vostro meraviglioso stile di vita. Levate la coppa di champagne in onore dei valorosi eroi che difendono la nostra libertà e democrazia per il mondo. Poi lasciate che il bicchiera vi sfugga di mano e s’infranga sul pavimento della cucina. Adesso potete scegliere – o meno – di vedere il sangue ai vostri piedi.

John Kaminski
Fonte:www.johnkaminski.com/
skylax@comcast.net
8.02.05

Traduzione per www.Comedonchisciotte.net a cura di Kolder

mercoledì, marzo 02, 2005

Anni buttati...

dal nostro Linucs

Materiali, appunti, esercizi risolti per gli studenti di economia. E cosa troviamo tra i mille quesiti?

2. La differenza fra signoraggio e imposta da inflazione

Imposta da inflazione?

Il disavanzo pubblico può essere finanziato in tre modi diversi:

a) con l'emissione di titoli del debito pubblico;
b) con l'aumento della base monetaria
c) impiegando parte della valuta estera detenuta dalla banca centrale.

Le modalità  di finanziamento della spesa pubblica che qui ci interessano sono le prime due.

Mi ricorda vagamente qualcosa.

Generalmente acquirenti dei titoli del debito pubblico sono le famiglie e le imprese nazionali, gli operatori esteri, le banche nazionali ed infine la banca centrale. Nella maggior parte dei casi, però, è la banca centrale la principale acquirente dei titoli del debito pubblico (in questo caso si parla di monetizzazione del debito). Ma i debiti contratti dal Tesoro nei confronti dell'istituto centrale non sempre, o comunque non necessariamente, sono ripagati quando la banca centrale è obbligata ad acquistarli. In questi casi l'acquisto dei titoli ha solo l'effetto di aumentare la base monetaria, e dato che stampare moneta comporta un costo praticamente nullo, i governi attraverso tale strumento possono ottenere beni e servizi gratuitamente.

Gratuitamente? Ma non hai appena detto che la banca centrale acquista titoli del debito con conseguente ed ovvio interesse? E se lo Stato può ottenere beni e servizi gratuitamente, si potrebbe sapere per quale motivo ci mette le mani in tasca ogni mese?

In tali circostanze però si determina un aumento del tasso d'inflazione e quindi si può affermare che con la monetizzazione del deficit i governi finanziano i propri acquisti di beni e servizi ricorrendo alla cosiddetta imposta da inflazione.

In pratica qualcuno stampa soldi a costo zero sputtanando il valore della moneta?

Quest'ultima più precisamente può essere definita come le perdite in conto capitale subite da coloro che detengono moneta per effetto dell'inflazione.

E me lo vieni pure a dire in faccia?

Il concetto di imposta da inflazione è spesso confuso con quello di signoraggio; in realtà  può accadere che le due grandezze coincidano ma i due concetti vanno sempre tenuti ben distinti.

Evviva!

Il signoraggio corrisponde alla quota di reddito reale di cui i governi si appropriano grazie al loro potere di stampare moneta.

Ma se hai appena detto tre secondi fa che è la banca centrale a stampare moneta a costo praticamente nullo?

L'aumento della base monetaria non comporta infatti alcun "costo di produzione".

Fammi indovinare: comporta solo un aumento del debito pubblico?

Così mentre la misura del signoraggio è rappresentata dal potere di acquisto della moneta che viene messa in circolazione in ciascun periodo, in formula...

Che ne dici di moneta - gold standard = inflazione + debito = guerra civile?

Sono stato promosso?

Poco dopo:

Dunque in definitiva l'aumento della domanda di scorte monetarie ha comportato un trasferimento di risorse dalle famiglie allo Stato e tale aumento del potere di acquisto del governo rappresenta il signoraggio. Dunque questo è un caso in cui l'imposta da inflazione e il signoraggio evidentemente non coincidono.

Domanda: il devoto studente avrà  capito, alla fine del quesito, che qualcuno stampa soldi a costo zero in cambio di titoli del debito che fruttano interessi? Indovina un po': se non ci fosse alcun interesse le famiglie e le imprese di cui sopra non avrebbero ovviamente alcun vantaggio ad acquistare i titoli del debito, che resterebbero quindi a marcire nelle mani dello Stato.

Peccato che le famiglie ci mettono soldi guadagnati in cambio di lavoro, mentre qualcun altro li stampa a costo zero, ed è ovviamente il principale acquirente. Domande per lo studente: chi è il creditore del debito pubblico, e chi governa? Forse la manica di pagliacci che mettono la propria foto sui manifesti elettorali?

L'attento lettore noterà  che il sito in questione è di un editore.

Se questa è l'economia che insegnano direi che possiamo cominciare a ridere.

Ad ognuno il suo (tasso)

dal sito di Marco Saba
Quanti tassi per l'euro (di Giuseppe Pennisi - MF, 24 febbraio 2005)

Il super-euro e il mini-dollaro colorano il dibattito di questi giorni sulla competitività e sulla svolta da attivo a passivo della bilancia commerciale. Di misure per potenziare la competitività se ne parla sin da quando, la scorsa estate, la legge finanziaria era in gestazione: ora si dovrebbe essere giunti all'approdo. Lo si toccherà con mano oggi quando governo e parti sociali si incontreranno nella "sala verde" al terzo piano di Palazzo Chigi. Immediate altre scadenze: il pomeriggio di domani, al Parco della Musica, componenti del governo ed esperti scambieranno idee su cosa fare per rilanciare il made in Italy. Il giorno seguente, alla presenza del presidente del consiglio, si terrà la seconda conferenza nazionale sul commercio con l'estero. Dollaro (alto) ed euro (basso) saranno l'ombra di Banco onnipresente. Come il fantasma che tormentava Macbeth. Nonostante un'unione monetaria che dura ormai da oltre un lustro, non esiste un solo valore effettivo dell'euro per i 12 della tanto mitica quanto virtuale Eurolandia né rispetto al resto del mondo né tra di loro. Il cambio effettivo di una moneta dipende dagli andamenti relativi del costo del lavoro, del numero delle ore lavorate, dei prezzi alla produzione, di quelli al consumo, e di tante altre determinanti. Per stimarlo si parte dal cambio nominale ma si devono fare anche un po' di calcoletti complicati. La Commissione europea li fa una volta ogni tre mesi, ma non è facile trovarli sul suo sito. L'Economist Intelligence Unit[ndw: l'organismo di intelligence dei banchieri e dei signori del signoraggio] li tara ogni mese e li fornisce ai propri abbonati. E' pane quotidiano per l'Institute of International Economics, ma viene servito solamente ai soci dell'augusto club. In breve, prendendo come base il 1999 (avvio dell'euro) ed utilizzando come parametri di base i movimenti del costo del lavoro e dei prezzi, l'euro "made in Germany" si è apprezzato del 4% circa rispetto al dollaro Usa e quello "made in France" del 9% mentre quelli "made in italy" e made in Ireland sono cresciuti del 17%. Se poi si guarda all'interno dell'area dell'euro, il nostrano si è apprezzato del 20% rispetto al tedesco e di oltre il 15% rispetto al francese. Ciò spiega perché a darci botte da orbi sui mercati commerciali internazionali (portandoci via quote di mercato) non siano i cinesi, gli indiani e i malesi, ma i cugini che, al di là delle Alpi, si bagnano sul Reno. Secondo le analisi econometriche di Prometeia e dell'Ice continueranno a farlo, con buona pace per la solidarietà europea, se non ci daremo una regolata. Presto e bene. Quando si inneggiavano peana all'euro, qualche bastian contrario ricordava che in un'unione monetaria c'è sempre qualcuno più uguale degli altri [ndw: ad esempio, gli italiani stanno pagando una tassa occulta di signoraggio alle banche dei paesi che non adottano l'euro al loro interno, come Inghilterra, Svezia e Danimarca]. Veniva trattato come un menagramo oppure come chi porta via le bottiglie di champagne nel bel mezzo di una festa. Forse non aveva tutti i torti.
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Nota del webmaster: nell'articolo non si fa cenno al fatto che alcuni paesi europei stanno utilizzando valute complementari locali per aumentare la competitività.

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da Dagospia
4 - STAMPA TRANSALPINA - CHI LE SPARA PIÙ GROSSE
Da noi c’è il conflitto d’interessi. Ma anche in Francia la stampa non sta messa bene. Gran parte dell’editoria è in mano all’industria degli armamenti. “Le Figaro” e “L’Express” sono il fiore all’occhiello di Socpresse (70 testate) di Serge Dassault, produttore dei caccia “Mirage”. “Le Monde” ha bisogno di 50 milioni di euro ed è in trattativa con il Gruppo Hachette Filippacchi Media, primo editore mondiale di magazine, fra cui “Elle” e “Paris Match”, di proprietà del costruttore di missili Arnaud Lagardère. E “Libération” il quotidiano fondato da Jean-Paul Sartre è ora controllato dal banchiere Edouard de Rothschild.